Craft Spells – Idle Labour

Gli Eighties sono ritornati in auge. E chi l’avrebbe detto trent’anni fa che nel pieno del terzo millennio ci saremmo dovuti ancora districare con termini quali “dream-pop”, “synth-pop”, “twee”, “dark-wave”. Eppure, i misteriosi corsi e ricorsi storici nel mondo della musica ci hanno consegnato, solo nella prima parte di questo 2011, i lavori di una serie di band (Minks,Chapel Club, My Violent Ego, The Pains of Being Pure at Heart e White Lies) palesemente debitrici di quelle sonorità, seppur, ovviamente, da angolazioni diverse. La differenza, in questi casi, sta nella capacità di rielaborare o meno il materiale sonoro che si è saccheggiati, nel riaggiornarlo ad un’estetica moderna, che tenga conto delle “nuove tendenze”. Il senso del nostro ragionamento, ovviamente, non si richiama alla necessità di piegarsi alle mode e ai cliché imperanti, ma sottolinea solo ed esclusivamente un aspetto fondamentale di cui ogni album dovrebbe, a nostro avviso, essere impregnato: lo Zeitgeist, lo “spirito dell’epoca”. Altrimenti, tutto diventa nostalgismo, sterile revival ad uso e consumo di quanti si siano persi qualche decennio di storia del rock.

“Idle Labor” dei Craft Spells è, da questo punto di vista, un lavoro irrisolto. La band di Justin Vallesteros ha confezionato una manciata di pop ballad di gran classe, pescando qua e là da Cocteau Twins, New Order (a ben vedere, i più saccheggiati), Cure e un pizzico di Smiths. Il punto è che, per quanto ben architettate, queste digressioni contese tra slanci discotecari e gentili malinconie raramente riescono ad incidere, a causa di una scrittura che non sa (o non vuole, magari per paura) discostarsi troppo dai modelli di riferimento. Strati di tastiere, beatsintetici, chitarrine jingle ed un canto depresso (una specie di Ian Curtis sotto Valium incrociato col Morrissey meno lirico) sono gli ingredienti alla base dell’operazione, coronata da una produzione che, con furba accortezza, evita suoni luccicanti ed icastici per puntare, invece, sul fascino discreto dell’indeterminatezza, avvolgendo il tutto di una nebbiolina leggera leggera, che accresce inevitabilmente l’appeal delle track. Il punto, però, è che malgrado non conosca cadute di stile, “Idle Labur” neppure regala picchi particolari. Fatta eccezione per The Fog Rose High, Your Tomb e Given the Time, le altre melodie, per quanto graziose, faticano a rimanere impresse. Scandinavian Crush, propulsa da un battito vivace e percorsa dal fremito discreto del synth, rappresenta (assieme assieme alla già citata Given the Time) l’ideale coronamento di quella ricerca del ballabile atmosferico che costituisce una delle direttrici lungo le quali si muove l’album – anche se, in effetti, i riferimenti a Bernard Sumner e soci, come già scritto, si sprecano. From the Morning odora di Robert Smith (Friday I’m in Love), mentre Ramona punta persino su un battito funky, bilanciato però da vocals filtrate e “distanti”. You Should Close the Door e Beauty Above All (tra Smiths e Cure) danno maggior spazio alle chitarre, regalando altri due numeri gradevoli ma, in fin dei conti, non memorabili.

Conclusione: tutto perfetto, tutto al posto giusto, tutto bello e tutto assolutamente inutile. “Idle Labour” è un lavoro finemente rifinito, ma scarsamente personale, nonostante qualche buon tentativo compiuto nella direzione della ricerca di una propria voce. Solo il futuro, insomma, ci dirà se i Craft Spells hanno le carte in regola per ascendere all’Olimpo dell’indie o finire confinati nel “girone infernale” dei revivalisti.

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