Foo Fighters – Wasting light

Che Dave Grohl non fosse Kurt Cobain s’era capito da un pezzo. Gli va dato atto di non averci mai neanche provato, ad imitarlo: dal confronto ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Con suoi i Foo Fighters, nati dopo la morte del leader dei Nirvana, il batterista ha infatti percorso la strada che collega il rock “duro” al pop: i puristi hanno storto il naso, tutti gli altri (tanti) hanno comprato i dischi. Senza snobismi, qualche buon numero Grohl l’ha regalato: il guaio è che l’ha concentrato soprattutto agli inizi, nell’omonimo debutto del 1995 e in The colour and the shape (del 1997: è il disco di Everlong). Alla lunga, lo spirito mainstream ha preso il sopravvento, e così sono venuti fuori lavori via via più confusi, scialbi, come il doppio In your honor (2005), indeciso tra anthem notevoli (Best of you) e un secondo disco tutto acustico, e l’ultimo, l’indifendibile Echoes, silence, patience & grace (2007).

Rispetto a questi, Wasting light recupera un po’ di grinta e omogeneità. Ben esemplificato dai Rope e soprattutto White limo, un hard-rock ipercinetico nello stile dei Motörhead (non a caso, nel video compare anche Lemmy), l’album scaccia ogni tentazione cantautorale e mette in fila le specialità della casa: riff maschi, refrain enfatici e drumming serrati. La produzione di Butch Vig (c’era lui in cabina di regia per Nevermind) garantisce un sound granitico, compatto, in cui i riferimenti al rock pesante degli anni ’60 e ‘70 sono filtrati attraverso una sensibilità contemporanea (i Them Crooked Vultures, progetto di Grohl con Josh Homme e John Paul Jones, titolare di un omonimo ottimo album nel 2009), che non manca di sporcarsi le mani, ovviamente, con il pop e l’indie-sound. L’insieme, però, risulta piuttosto prevedibile, opaco. Bridge burning (la nuova The pretender, il brano migliore di Echoes), l’epica Dear Rosemary, Arlandria (tra Hendrix e Bon Jovi), la trascinante A matter of time e la rabbiosa Miss the misery, nonostante trasudino genuina passionalità e buona tecnica strumentale, rimangono in realtà abbastanza inoffensive.

Nella media i due singoli ed intrigante I should have known, ballad orchestrale dagli aromi Led Zeppelin che cresce sempre più disperata (featuring di Chris Novoselic al basso). Troppo poco, però. Se mai ci fossero residui dubbi, ora è chiaro: a Grohl puoi chiedere di farti sudare, pogare e divertire per una mezz’oretta, non certo di scrivere un caposaldo del rock contemporaneo – un Nevermind o un In utero, insomma.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie