The Vaccines – What did you expected from Vaccines?

«What did you expected from Vaccines?», «cosa vi aspettavate dai Vaccines?», si chiedono (e ci chiedono) i londinesi con il titolo del loro debutto discografico. Risposta: niente di diverso da quanto non ci si sia ritrovati tra le mani. È così evidente come Justin Young, Freddie Cowan (fratello minore di quel Tom Cowan che milita negli Horrors), Árni Hjörvar e Pete Robertson siano l’ennesimo prodotto di un hype sempre più sfacciato, che pretendere dalla loro musica la panacea ai mali del rock sarebbe solo ridicolo. Ancora una volta, non è in discussione la gradevolezza dell’insieme, quanto piuttosto la sua “necessità”: che senso ha, oggi, recuperare acriticamente la lezione di Jesus and Mary Chain e Ramones, seppur riaggiornata all’era di Libertines, Glasvegas e Interpol? Nessuna, ovviamente. Rimane il trastullo, ma a che prezzo?

La saltellante Wreckin’ bar (Ra ra ra), il Sixties pop virato Strokes di If you wanna, A lack of understanding (strizzata d’occhio a James Allan e soci), Blow it up, la nostalgica Post break-up sex, Under your thumb (la cui nevrosi ritmica è contrastata efficacemente da un refrain arioso) e l’epico crescendo incrostato di feedback di Family friend riescono indubbiamente a catturare l’attenzione dell’ascoltatore, ma non scendono mai in profondità. Del resto, neanche ci provano. Young e soci, con molta onestà, non tentano neppure per un istante di spacciarsi per revisori postmoderni delle eversioni estetiche (post)settantasettine o delle paturnie di certa scena alternative Nineties; non cercano di spacciarsi per fini intellettuali o per conturbanti esploratori di abissi. Il loro obiettivo è semplice, chiaro come la luce del sole: divertire. E ci riescono, malgrado certe ingenuità e la schematicità della costruzione dei pezzi.

What did you expected from Vaccines? somiglia, insomma, ad uno di quei parti selvaggi post-adolescenziali: finché sei lì, in mezzo alla bolgia, tra fumi di alcool e sostanze più o meno lecite, è tutto ok, tutto giusto. La mattina dopo, però, il risveglio ti presenta implacabile il suo conto a base di mal di testa e, soprattutto, di una sgradevole sensazione di vuoto dentro, come una malinconia che neppure una doccia fresca riesce a scacciare. Ecco, l’esordio degli inglesi è esattamente quel vuoto, prodotto di un’euforia vacua, senza appigli, ingiustificata ed ingiustificabile perché artificiale. Un piccolo buco nero, in cui la forza di gravità del marketing risucchia la spontaneità e l’effervescenza dell’indie.

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