Un cognome, volendo, si può cambiare. La voce no. Ed ascoltando Sean Lennon mentre intona Jardin du Luxemburg, seconda traccia di quest’album registrato con la compagna, Charlotte Kemp Muhl, non si può non pensare al più celebre papà. Del resto, vale per tutti i “figli di”: non importa quanto o cosa tu faccia, il confronto rimane inevitabile, e finisce con lo schiacciarti, magari anche inconsciamente. Sean, ad esempio, ha fatto parecchio per cercare di scrollarsi di dosso l’eredità dell’ex Beatles: ha capeggiato un trio noise-rock, gli IMA (con cui accompagnò la madre Yoko Ono nell’album Rising, del 1995), ha suonato il basso per le Cibo Matto, ha fatto dischi indie ed eclettici (Into the sun, Friedly fires), ma in ogni cosa non è mai riuscito a nascondere del tutto la sua illustre filiazione, ad emanciparsene.
Lo stesso, dicevamo prima, accade nelle nove tracce contenute in Acoustic sessions, uscito a nome The Ghost of a Saber Tooth Tiger (letteralmente, “il fantasma della tigre dai denti a sciabola”). L’album è una raccolta di bozzetti pop-folk in cui le melodie, gli arrangiamenti, le armonie vocali e la produzione rimandano inevitabilmente a certo cantautorato anni ’60 (dai Beatles, appunto, a Syd Barrett), riaggiornato, però, alla luce della lezione di Elliot Smith (guarda caso, altro fan sfegatato dell’autore di Imagine). Analogamente ai precedenti album di Sean, anche questo è dignitoso: nient’altro, però, perché non c’è davvero nulla di memorabile. Il trittico iniziale, composto da Levender road, Jardin du Luxembourg (dalle sonorità “french”) e dalla cullante Candy necklace, costituisce la vetta dell’album. Dopo, le Acoustic sessions scivolano gradualmente lentamente nel déjà-vu, collezionando atmosfere intimiste e raccolte di scarsa forza, dunque presto relegate al ruolo di grazioso sottofondo.
La novità che il disco porta con sé è forse la capacità di Sean di confrontarsi più decisamente con sonorità vicine a quelle dell’ingombrante papà – segno evidente di una maggior maturità e di una serenità interiore, che del resto traspare dalle composizioni. Le buone intenzioni, però, unite a qualche interessante trovata (la polifonia di World was made for man, ad esempio) e ad una manciata di melodie be strutturate, da sole non bastano. Ad ogni modo, meglio questo che l’ennesima, pedante imitazione di Revolution no. 9: di quelle ne abbiamo piene le tasche.
