Fauve! Gegen a Rhino – Namegivers’ avenue

«Stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare», scriveva Vasco Pratolini. La citazione, bella e ampiamente condivisibile, non sembra tuttavia applicabile all’esistenza artistica dei Fauve! Gegen a Rhino. In questo secondo album, i toscani si muovono infatti con scioltezza disarmante, superano con invidiabile agilità gli ostacoli e le insidie della sperimentazione elettronica: fanno sembrare, insomma, tutto facile. Proprio come i fuoriclasse. Bella commistione di fisicità e cerebralismo, le undici tracce di Namegivers’ avenue si fanno beffe di un mucchio di convenzioni, triturano sotto le insegne di un beat instancabile, ossessivo, krautrock, industrial, glitch, IDM, noise e psichedelia, per poi ricostruirli in un unico flusso.

Le mani che tagliano & cuciono sono quelle di Andrea Lulli, Matteo Moca (entrambi ex Fauve!) e Riccardo Gorone (già Rhino Terapy). Il loro mondo sonoro è fatto di colori forti, contrasti stridenti, forme (all’apparenza) elementari – esattamente come i Fauves storici, che sbeffeggiavano l’Impressionismo rimanendo però al di fuori dell’Espressionismo. Difficile, quindi, classificare la produzione del trio: quel che è certo è che pochi avrebbero avuto il coraggio di aprire un disco con un “inno” rumorista come Chora, tantomeno di intonare quel cupo cermoniale afrofuturista che è Clonery, riuscitissimo mix di archetipi ancestrali e scenari postatomici. C’è fame autentica e animalesca, qui (“fauve” vuol dire proprio “belve”), fame di suoni, di esperienze. Work in progress accosta un soliloquio psych-folk ad una violenta folata techno-hardcore. A factory incide con una pulsazione marziale un muro di droni sintetici, precipitando poi in una feroce galoppata tra post-punk e industrial. La follia è il carburante di A velvet heart, con degli insensati vocalizzi eterei che si stagliano su un tessuto sonoro aspro, sgradevole, bombardato da sincopi digitali. L’elemento ritmico, come accennato anche in apertura, è preponderante: Marching away è una danza sinistra condita da chitarre manipolate e riff di tastiere – un po’ come dei Joy Division in camicia di forza. Snella e minimale, Have u ever asked yourself affresca un dancehall da incubo, popolato di spettri digitali. Non è questione di bpm: anche il mantra “space” di A bridge for the sky (to Yona), pur nel suo incedere lento, apre squarci di terrore.

Quello di Namegivers’ avenue, insomma, è un bagno di sana pazzia, un viaggio in quella terra di mezzo tra rock, elettronica e avanguardia ricca di scorie e refusi che, inutili agli occhi dei più, qui brillano di luce nuova.

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