Marco Tullio Giordana – I cento passi

Ci voleva uno bravo come Luigi Lo Cascio per vestire ne I cento passi, con una certa credibilità, i panni di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia lo stesso giorno in cui fu rinvenuto il cadavere dell’onorevole Aldo Moro. Cento passi separavano la sua casa a Cinisi, un piccolo comune in provincia di Palermo, da quella del boss Tano Badalamenti. Peppino non rinunciava a lanciare dai microfoni di Radio Aut la sua protesta contro la mafia, creandosi molti, pericolosi nemici, nonostante il tentativo di protezione del padre Luigi, sottomesso a don Tano, un po’ perché aveva una famiglia da proteggere e un po’ per abitudine e paura.

La notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 Peppino, già stordito, fu adagiato sopra una carica di esplosivo sulla ferrovia di Cinisi e fatto saltare per aria. A casa della zia i carabinieri trovarono delle pagine di diario, datate novembre 1977, amare, disincantate, di un attivista per il quale la vita politica era inscindibile da quella privata. Bastarono poche righe per ipotizzare il suicidio o l’attentato, ma sull’accaduto non furono condotte delle analisi più approfondite. Venne trovata una pietra nei pressi della ferrovia, sporca di sangue zero positivo, un gruppo sanguigno raro, quello di Peppino: «È sangue mestruale» sentenziarono i carabinieri. Insomma, bastava non parlare di omicidio e, soprattutto, di mafia. In questo modo Peppino Impastato fu ucciso due volte. Quello di Marco Tullio Giordana è un film che rifiuta il silenzio intorno alla vicenda, cercando di darle, attraverso il cinema, visibilità e rilevanza a livello nazionale.

Il caso di Peppino fu riaperto su insistenza del fratello Giovanni e della madre: una sentenza del 1984, emessa da Antonino Caponnetto, confermò che l’omicidio fu commissionato dalla mafia, ma i mandanti restavano ancora senza nome. In realtà, il colpevole era noto a tutti: Tano Badalamenti, che nel frattempo stava scontando una condanna per traffico di droga, in rapporto all’indagine Pizza Connection. Nel 1992 il caso Impastato venne archiviato, e solo l’azione del Centro Impastato permise la riapertura dell’inchiesta nel 1994: in particolare, vennero caldeggiati l’intervento del pentito Salvatore Palazzolo e un esame per fare chiarezza sull’atteggiamento poco scrupoloso dei carabinieri in seguito alla morte di Peppino. Fu proprio Palazzolo a indicare in Badalamenti e nel suo vice Vito Palazzolo i responsabili dell’omicidio di Impastato: Vito fu condannato a trent’anni di carcere e Badalamenti all’ergastolo. Due anni dopo la sentenza, don Tano è morto per arresto cardiaco.

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