Federico Fellini – La dolce vita

Pochi film sono impressi nell’immaginario collettivo come La dolce vita di Federico Fellini, che, oltre alla regia, firmò la sceneggiatura insieme a Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini (quest’ultimo non accreditato).

A decretare, in un primo momento, la curiosità nei confronti della pellicola furono le accuse di ateismo e comunismo rivolte al regista, che spinsero la gente ad assediare i botteghini alla prima nazionale al Capitol di Milano. In diverse interviste, Fellini affermò che il suo unico obbiettivo era stato quello di raccontare una situazione e che la denuncia, oltre che la “salvezza delle anime”, spettavano a qualcun altro.

Negli anni de La dolce vita non è cambiato nulla, la potenza espressiva delle immagini è sempre la stessa. Gli unici a essersi trasformati sono gli spettatori e il loro approccio alle tematiche trattate. Lo scandalo di cinquant’anni fa, oggi fa sorridere: tuttavia, la figura di Marcello Rubini ancora fa riflettere, il suo cinismo s’inserisce alla perfezione nella “dolce vita” romana degli anni Sessanta, in un’opera che segna il definitivo passaggio dal Fellini “neorealista” de Lo sceicco bianco e La strada al Fellini forse più noto al grande pubblico, quello di Giulietta degli spiriti e 8 ½ .

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Marcello è il giornalista protagonista dei sette episodi che costituiscono il film. Il più celebre è senza dubbio il terzo, dove la stella del cinema Sylvia (Anita Ekberg) si immerge nella fontana di Trevi. Oltre a Marcello, ricordiamo la sua fidanzata Emma e l’amico Steiner; di tutte le belle donne presenti nella pellicola, poi, indelebile nella memoria rimane Paola, la ragazza umbra che appare come una visione sulla spiaggia di Fregene.

Se da una parte le inquadrature restituiscono un mondo per certi versi un po’ astratto, forse perché legato all’ambiente dello spettacolo e dei rotocalchi scandalistici, dall’altra non mancano sfumature di marcato realismo, almeno per quanto riguarda il ritratto della società italiana del tempo. L’Italia del boom economico modificò anche il modo di fare cinema, ormai lontano dalla rappresentazione delle miserie post-belliche del Neorealismo.

Tali mutamenti, però, non sempre significarono un’evoluzione in positivo, anzi: nel caso di Marcello assistiamo a una involuzione del personaggio, che diventa il simbolo della corruzione della morale e del tradimento delle aspirazioni più nobili – nel suo caso, quella di diventare uno scrittore –, che lo portano a scivolare in uno stile di vita superficiale, trasformandolo in un inetto.