Fëdor Dostoevskij – Le notti bianche

Non è un caso che Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij sia sottotitolato Dalle memorie di un sognatore, poiché proprio un sognatore è il protagonista del libro, sospeso in una dimensione astratta, lontano dalla vita reale. Ma in una notte insonne, appunto “bianca”, un sentimento d’angoscia lo coglie e lo spinge a uscire in strada. Non sembra essere una notte tragica, anzi, pare essere destinata a qualcosa di bello e sconvolgente, una di quelle notti che si possono amare solo quando «si è giovani». In effetti, qualcosa di bello e sconvolgente accade: il dreamer di Pietroburgo incontra, lungo il fiume, una donna, la quale simbolicamente rappresenta la vita, tutto ciò che destabilizza ma che, nel contempo, offre le gioie più vere, escluse dall’esilio dal mondo. Così, il sognatore decide di aprire a questa figura femminile il suo cuore, scelta che, al contrario, non produrrà gli effetti sperati.

Dostoevskij scrisse Le notti bianche a ventisette anni, nel 1848. Sono gli anni antecedenti al suo decennale esilio in Siberia – una pena di morte commutata, all’ultimo momento, in deportazione. In seguito, lo scrittore apportò delle correzioni al romanzo, in una versione definitiva, datata 1859. Il suo sognatore è stato definito “schilleriano”: Schiller fu una delle letture preferite di Dostoevskij, ma fu anche un autore particolarmente caro ai suoi connazionali, vittime in una Russia definita la «fortezza del dispotismo», dopo la sconfitta della rivolta decabrista, nel 1825. L’anima schilleriana vive in una dimensione ideale, quella «dell’utopia estetica più astratta», quasi una conseguenza naturale alla repressione attuata dal potere, una sorta di emancipazione della fantasticheria dalla realtà nella «fortezza del dispotismo» (Stankevič).

Per Dostoevskij, gli ideali schilleriani erano fortemente attuali, a livello sociale, nella Russia a lui contemporanea e, a conferma del suo pensiero, fu l’uscita di Una storia comune di Ivan Gončarov nel 1847, in cui a un giovane romantico venne contrapposto il «demone del raziocinio borghese», alla fine vincitore, in un’astratta rappresentazione della vittoria della mediocrità imperante sui sognatori.

C’è da dire che il sognatore de Le notti bianche si sente a disagio nella sua condizione di straniamento, la percepisce come illusoria, non ideale. Il contatto con la vita sembra essere inevitabile, anche se viene vissuto con terrore. Il «regno dell’ideale» di Schiller lentamente si sgretola, nonostante il protagonista, alla fine di tutto, opti per un distacco ancora più radicale dal reale. Di questo, Dostoevskij continuerà a parlarne anche nelle sue opere successive, «con la tristezza di un uomo che assiste al crollo definitivo degli ideali romantici, distrutti impietosamente dal cinismo e dalla volgarità della nuova generazione che si stava facendo spazio in Russia» (G. Spendel).

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