Mettere insieme Wall-e e Robocop: questa era la sfida dichiarata di Neill Blomkamp, di ritorno nella sua Johannesburgh dopo la parentesi non proprio riuscita di Elysium. Ricreare e ritrovare la genuina immediatezza di District 9: questo invece l’obiettivo del regista sudafricano, che qui partiva, come nel caso del suo folgorante esordio nel lungometraggio, da un corto diretto da lui stesso, Tetra Vaal (che possiamo vedere qui). Risultato? Molto al di sotto dei suoi modelli di riferimento ma comunque capace di offrire uno sguardo non scontato al solito action made in Hollywood.
Ma partiamo dalla trama. In un futuro prossimo le forze di polizia si avvalgono dell’aiuto di androidi per sconfiggere con ottimi risultati la criminalità che imperversa nelle strade di Johannesburgh. Questo esercito di macchine, chiamati Scout e prodotti dalla multinazionale Tetravaal, sono stati creati da Deon, un ingegnere che segretamente coltiva il sogno di dotare i robot di una intelligenza artificiale in grado di riprodurre perfettamente la coscienza umana. Egli ci riuscirà creando Chappie, ma i suoi piani saranno sconvolti quando alcuni scalcinati malviventi in debito con uno spietato criminale, lo rapineranno trovandosi così in possesso di un androide ancora bambino a cui devono fare da genitori.

Strutturato secondo la classica divisione in tre atti, Humandroid (titolo che riesce a peggiorare il già brutto Chappie della versione originale) nella prima parte introduce la vicenda e tutti i possibili snodi politici e filosofici, salvo poi abbandonare la strada “impegnata” per abbracciare la visione tamarra e “gangsta” dei protagonisti umani del film scegliendo la via dell’intrattenimento più convenzionale e mainstream.
Mescolando riferimenti cinematografici (Blade Runner, Pinocchio, Corto circuito) e tematici (l’etica scientifica, il futuro robotico dell’umanità, l’immortalità, il rapporto genitori/figli) senza mai affrontarli di petto, il regista sprofonda quindi nei tipici clichè del genere consegnandoci un film nel quale si respira una genuina atmosfera da film di serie B anni ’80 ma molto meno istintivo dei suoi due precedenti lavori. Ad emergere sono così Ninja e Yo-landi Visser, esponenti del gruppo rap/elettronico Die Antwoord, che rappresentano la parte più felicemente anarchica del film (i quali ringraziano l’amico Blomkamp disseminando il film di riferimenti alla loro arte, dove il merchandising vince su tutto)
Humandroid è quindi un semplice giocattolone da 50 milioni di dollari che sposa in pieno la causa hollywoodiana e che intrattiene senza richiedere niente in cambio dallo spettatore. Un film che ha il merito di regalarci un personaggio riuscito ed empatico e che conferma il talento visivo di Blomkamp. Per il suo prossimo film, il sequel di Alien, servirà tuttavia qualcosa in più.
