Luis Buñuel – Il fascino discreto della borghesia

La classe borghese è stata frequentemente scelta come bersaglio dal cinema, che l’ha sezionata e criticata con i toni più diversi: dall’attacco aggressivo nei suoi confronti da parte di Pasolini alla rappresentazione grottesca operata da Marco Ferreri, i vizi di questa categoria sociale (solitamente scelta come specchio della contemporaneità) sono stati messi a nudo da vari registi lungo la storia del cinema. Tra questi non si può dimenticare Luis Buñuel, autore del film Il fascino discreto della borghesia, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1973. Buñuel è noto per essere uno degli esponenti del primo cinema surrealista e questa sua formazione si riflette, in buona parte dei suoi film, in uno stile narrativo che alterna il piano della realtà a quello del sogno.

L’importanza della dimensione onirica è riscontrabile anche nel film di cui parliamo: il represso mondo dell’inconscio, svelato dagli episodi onirici che il regista non manca di rappresentare nel dettaglio (con le stesse modalità adottate nel precedente film Bella di giorno), funge da elemento rivelatore di tutta una serie di inganni e ipocrisie interni all’anima borghese, raccontata in questo film con sguardo dissacrante e inevitabilmente ironico. La trama de Il fascino discreto della borghesia non poteva che essere discontinua, frammentata e ricca di situazioni surreali, trattandosi di un’opera di Buñuel, autore di un cinema che ama prendersi gioco dello spettatore. Gli elementi con cui lavora il regista sono pochi, il minimo necessario per la costruzione di un essenziale intreccio narrativo: protagonisti sono sei personaggi appartenenti alla classe borghese medio-alta (due coppie, l’ambasciatore di un’immaginaria repubblica sudamericana ed una giovane “anticonformista”), intenti ad organizzare una cena insieme.

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Il destino sembra però giocare con loro, ostacolandone i piani: ogniqualvolta i personaggi si accomodano la cena è puntualmente interrotta, a causa di inconvenienti assurdi e surreali (quali la visita di un plotone di militari autoinvitatisi e la scelta di un ristorante adibito a camera ardente). A turbare i personaggi sono anche alcune digressioni oniriche, che rivelano loro paure sopite. Ma questi uomini e donne, eletti da Buñuel a rappresentanti della classe borghese, nonostante le bizzarre interruzioni reagiscono con atteggiamento discreto e continuano imperterriti ad organizzare, progettare ed aggirare gli ostacoli. Questo loro comportamento li ridicolizza: intento di Buñuel è ironizzare, più che criticare, utilizzando i suoi protagonisti come marionette di un teatro costruito su situazioni assurde (non a caso uno dei protagonisti sogna di trovarsi assieme agli altri convitati su un palcoscenico).

Tra un’interruzione e l’altra, i personaggi riescono a svelare la loro personalità, caratterizzata da una finta morale (esemplificata dalla figura del sacerdote che, dopo aver dato l’estrema unzione ad un omicida anziano, lo uccide con un fucilata), superficialità (per questi borghesi vale la regola “l’abito fa il monaco”) e soprattutto ipocrisia. Il giudizio sulla bourgeoisie è lasciato nelle mani dello spettatore. Il regista si prende gioco della classe sociale (come già aveva fatto nel film L’angelo sterminatore), ma un tocco di amarezza è certo percepibile tra le righe; come ha osservato lo scrittore Carlos Fuentes in un suo articolo dedicato al film, i personaggi «possono sembrare divertenti, ma sono già all’inferno. Il loro umorismo raffinato maschera la disperazione.»

Durata
105 min. minuti
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