Ne ha fatta di strada Edoardo Leo da quando nel 1999 fondava la Calciattori Team e si presentava con curriculum falsi ad importanti provini. Sono seguiti negli anni Un medico in famiglia, l’incontro con Claudio Fragrasso e il suo esordio ne La banda, la nomination come miglior regista esordiente ai David di Donatello per Diciotto anni dopo. E poi Gigi Proietti, Claudio Amendola, Woody Allen. Videoclip per Francesco Renga e un sacco di teatro. Fino ad arrivare all’anno di grazia 2014 e ai ruoli da protagonista in Tutta colpa di Freud, Smetto quando voglio, Ti ricordi di me? che gli spalancano le porte del grande pubblico e gli fanno guadagnare la stima di Fulvio Lucisano, il quale decide infine di produrre il suo terzo film da regista, quello più ambizioso.
Duro lavoro e tanta, tanta gavetta hanno da sempre caratterizzato la carriera del 43enne attore e regista romano. Ed infatti in tutti i film da lui anche sceneggiati è possibile scorgere questa eterna lotta contro un presente non proprio favorevole e contro la disillusione e la precarietà dei nostri tempi. Ne sono un esempio La mossa del pinguino e il già citato esordio di Sidney Sibilla e non fa eccezione in questa senso nemmeno Noi e la Giulia. Tratto dal di romanzo di Fabio Bartolomei Giulia 1300 e altri miracoli e sceneggiato dallo stesso Leo e da Marco Bonini, il film ruota attorno alla storia di tre quarantenni in fuga dalla città e dalle proprie vite, che da perfetti sconosciuti si ritrovano uniti nell’impresa di aprire un agriturismo, che i tre definiscono il loro piano B. A loro si unirà Sergio, un cinquantenne invasato ex sindacalista, ed Elisa, una giovane donna incinta un pò fuori di testa. I loro piani verranno ostacolati tuttavia dall’arrivo di un camorrista sui generis a bordo di una Giulia 1300 venuto a riscuotere il pizzo.
Parte bene questo terzo lungometraggio da regista per Edoardo Leo, con un ottima caratterizzazione dei personaggi e delle gag molto riuscite che ci fanno dimenticare per un momento l’implausibilità della vicenda e la solita scolastica recitazione degli attori. Poi però il tono scanzonato della prima parte lascia spazio ad un’atmosfera smielata e fin troppo edulcorata che finisce inevitabilmente per rivelarne tutti i difetti. E quindi via di slow motion, di infinite sequenze musicali, di fotografia “smarmellata”, di clichè a non finire.
Tutte “tecniche” e “facilonerie” prese in prestito dalle troppe pellicole che sembrano giarate dallo stesso regista e che dal principale esponente di questa new wave della commedia all’italiana, francamente non ci aspettavamo. Edoardo Leo non ha vinto quindi, per riprendere una citazione del film. Però, non ha nemmeno perso. Diciamo che ha pareggiato, perchè giocare una partita nel campionato della commedia made in Italy non è mai facile. Certo è che proprio non riusciamo a scrollarci di dosso la voce off pieraccioniana, i dialetti, gli urli mucciniani alla terrazza, la lezioncina finale alla Fabio Volo. Rimandato a Settembre, Signor Leo.
