James Marsh – La teoria del tutto

Ed eccolo il film da Oscar della stagione. Ce n’è almeno uno ogni anno (in questo ce ne sono due, l’altro è The imitation game), ed è facilissimo da riconoscere: facili sentimenti, lacrime a go go, trama essenziale, grande interpretazione dei protagonisti, colonna sonora sognante, possibilmente tratto da una storia vera. Si tratta di La teoria del tutto diretto dal regista già insignito del prestigioso riconoscimento statunitense James Marsh che in questo film segue alla lettera tutte le regole per un premio perfetto e, in alcuni casi va anche oltre.

 

La teoria del tutto è la straordinaria ed edificante storia del famoso astrofisico Stephen Hawking, dai tempi felici dell’università fino alla consacrazione mondiale ottenuta nonostante la terribile malattia che attaccherà tutte le sue capacità motorie fino a fargli perdere l’uso della parola. Determinato a trovare un’unica semplice teoria che spieghi l’intero universo, lo scienziato combatterà la malattia con tutto stesso, sempre aiutato dal suo grande amore, Jane Wilde, dalla quale avrà anche tre figli.

 

 

Non c’è che dire, James Marsh è un ottimo regista, cosa che aveva già dimostrato con il documentario Man on wire, e sa benissimo come si gira un film. Ma se la confezione è eccellente, quello che manca dalla pellicola è proprio la sostanza. E non basta una “impegnata” e molto intensa interpretazione dei due protagonisti per salvarla (non solo Eddie Redmayne, fresco di Golden Globes e sempre più in corsa per l’Oscar, ma anche la sorpresa Felicity Jones). Il film diventa così un perfetto campionario di tutto ciò che lo spettatore avvezzo al tipico film da Oscar, si aspetta da questo tipo di cinema: il ragazzino nerd che non ha scoperto di essere un genio, il professore mentore, la storia d’amore che lo “indirizza” al successo, la malattia, la crisi, le scritte alla lavagna, le birre e i doppi sensi con gli amici, il riconoscimento e l’happy ending. Nessuna svolta, nessuna trovata visiva. Niente di nuovo perciò.

 

Ma ciò che è peggio è che la malattia del protagonista, che dovrebbe essere in teoria il cardine di tutta la vicenda, è trattata con distacco e superficialità. Non c’è traccia delle piccole sofferenze di ogni giorno, che sono anche le peggiori, e quei pochi drammi presenti, sono per giunta risolti in un attimo, senza lasciare scie sull’animo sempre gioioso e sereno di Stephen (la realtà ci racconta invece un uomo scontroso e irascibile). Così tra una scena madre e l’altra (sempre sottolineata dalle musiche di Jóhann Jóhannsson) il film toglie con estrema cura tutti i punti più scomodi, lasciando solo qualche relazione extra coniugale che tiene sempre sullo sfondo la condizione precaria dello scienziato. La storia del più grande fisico del ‘900 si riduce in questo modo a una “normale” love story in cui il dato scientifico e la malattia del protagonista sono solo orpelli. Ma niente paura, le lacrime usciranno copiose.

 

 

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