Francis Lawrence – Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1

Diciamolo subito, qui in bottega non siamo mai stati grandissimi fan della saga di Hunger Games. Pur riconoscendole infatti un considerevole livello qualitativo e diversi spunti teorici sotto la superficie da blockbuster, le vicende scritte da Suzanne Collins e portate sullo schermo da Gary Ross prima e Francis Lawrence poi, hanno sempre sollevato qualche perplessità. Se La ragazza di fuoco aveva tentato la difficile strada della sintesi tra l’esigenza di spettacolarità imposta dal budget e ciò che di buono era stato fatto con il primo notevole capitolo infrangendosi malamente in un prodotto insipido e ripetitivo, Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1 da una parte accentua le indubbie qualità della serie e dall’altra ne rende ancora più evidenti i limiti.

 

Forte degli 864 milioni di dollari incassati in tutto il mondo (9 dei quali in Italia)con il secondo capitolo, ritroviamo la nostra Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence), dopo il suo scioccante risveglio nel Distretto 13, diventare attraverso un’attenta campagna mediatica organizzata da Plutarch (Philip Seymour Hoffman) e la presidentessa Coin (Julianne Moore), il vero simbolo della rivolta contro il Presidente Snow (Donald Sutherland) e Capitol City.

 

 

Il film scritto da Peter Craig (The town) e Danny Strong (The butler) avrebbe anche tutti gli elementi adatti per piacere a grandi e piccini: la giusta dose di azione e di dramma, una storia d’amore sofferta e ambigua e una maggiore serietà nell’affrontare le tematiche “adulte” presenti. Ma nonostante un buon materiale di partenza Lawrence (inteso come regista) fatica a trovare la giusta direzione, rimanendo a metà strada tra le normali esigenze del pubblico mainstream e la volontà di allargare il discorso sociopolitico di base. In tutto questo, come sempre l’unica a salvarsi rimane la bravissima Jennifer Lawrence che anche qui riesce a donare al personaggio protagonista una spontaneità e una gamma di emozioni davvero impressionante, a discapito purtroppo di tutti gli altri attori che, a causa anche di una sceneggiatura che non li esalta, passano necessariamente in secondo piano.

 

Ma il problema principale è da rintracciare piuttosto nella invalidante scelta della produzione di dilatare la vicenda in due parti: ne risulta così un film appesantito da inutili dialoghi e spiegazioni, dall’assenza di colpi di scena e da troppe linee narrative non sviluppate, che si trascina con il freno a mano tirato lungo tutta la sua durata per avere la possibilità di chiudere con un climax che rimandi al film successivo. Una sorta di episodio di transizione quindi, che ha l’unico compito di preparare lo spettatore alla visione della seconda parte dell’ultimo capitolo di una saga che, nonostante il progressivo peggioramento della qualità, il pubblico dimostra di apprezzare ancora molto.