Richard Linklater – Boyhood

La vita non è un film, direbbero gli Articolo 31. Ma ci si può avvicinare parecchio risponderebbe Richard Linklater, che per il suo Boyhood ha portato a termine un progetto incredibile, ovvero filmare la crescita di Mason (Ellar Coltrane), “a kid like everyone else”, dall’età di sei anni fino al college, facendo interpretare le parti sempre agli stessi attori. Un esperimento al limite del filmabile che ha richiesto 12 anni di lavoro più 4 di preparazione e postproduzione.

Una regia eccezionale quella dell’autore texano che riesce nel corso degli anni a tenere insieme tutti i pezzi della storia senza mai perderne il controllo e soprattutto ad imprimere ad essa lo stesso stile registico, pur passando dal tocco “anni ’90” della prima parte fino a quello da “Sundance” della seconda. Un caso unico nella storia del cinema perchè in qualunque altro film che copre un arco di tempo così largo ed in cui i protagonisti sono interpretati da attori diversi o tutt’al più appesantiti dal trucco, il cambiamento e il passare del tempo sono vissuti anche solo a livello inconscio, in modo innaturale.

Da un punto di vista narrativo sembra che non succeda niente. Ci sono alcuni dei momenti fondamentali della vita del ragazzo mentre altri non meno importanti rimangono fuori campo e in entrambi i casi Linklater li registra come passaggi che non lasciano scie visibili nella vita dei protagonisti. Di tutto ciò non rimane niente, a prima vista. Il protagonista (e lo spettatore con lui) accumula tutti questi lampi apparentemente slegati tra di loro senza seguire una logica di progressione cinematografica ma all’interno di un percorso che avanza come la vita stessa, conservando dentro di sè le tracce di questi frammenti. Perchè la vita, sembra dirci il regista, non può essere imbrigliata in una struttura narrativa rigida basata sull’assioma azione-reazione, essa si sviluppa in modo discontinuo seguendo il fluire ininterrotto delle situazioni.

Non senza evitare qualche didascalismo, come l’inserimento di riferimenti alla situazione tecnologica e politica a sottolineare l’avanzare degli anni, Linklater mette in scena quindi il tempo che passa (eccezionale anche la parabola della madre, interpretata da una magnifica Patricia Arquette, forse ancora più profonda di quella di Mason). Ed è il tempo stesso a dare forma al film, è il suo scorrere inesorabile a segnarne il ritmo narrativo, in un continuo ping pong tra ciò che la vita prende dal cinema e di ciò che esso prende dalla vita.

Un film sperimentale quindi che tuttavia segue le coordinate del cinema commerciale e che perciò potrà spiazzare o annoiare il pubblico abituato agli sviluppi narrativi tipici dei classici romanzi di formazione. Mai prima d’ora però il cinema si era tanto avvicinato alla vita.

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