Quando Sartre rifiutò il Premio Nobel…

Cinquant’anni fa Jean-Paul Sartre, famosissimo scrittore e filosofo francese, rifiutò il Premio Nobel. La Francia intera fu sconvolta dalla scelta, criticando aspramente Sartre. In realtà, ben prima che il premio gli venisse assegnato, egli aveva scritto una lettera all’Accademia svedese che diceva:

«Signor Segretario, da alcune informazioni di cui ora sono venuto a conoscenza, avrei qualche possibilità, quest’anno, di ottenere il premio Nobel. Benchè sia presuntuoso discutere di una votazione prima ancora che abbia avuto luogo, mi prendo la libertà di scriverle per dissipare o evitare un malinteso. Intanto, signor Segretario, le assicuro subito la mia profonda stima per l’accademia svedese e per il premio con cui ha onorato tanti scrittori. Tuttavia, per alcune ragioni del tutto personali e per altre che sono più oggettive, non desidero comparire nella lista dei possibili candidati e non posso né voglio né nel 1964 né dopo accettare questa onorificenza. La prego, Signor Segretario, di accettare le mie scuse e di credere alla mia altissima considerazione» [fonte Il Post].

Alcune voci dissero che quella lettera non arrivò mai nelle mani dell’Accademia e che, se arrivata, non fu comunque mai letta. Insomma, che Sartre non volesse accettare quel premio era cosa nota, ben prima di quel 22 ottobre 1964 quando fu proclamata la sua vittoria. A questo punto, lo scrittore inviò un’altra lettera:

«Le ragioni per cui ho rinunciato al premio non riguardano l’Accademia svedese, né il premio Nobel in sé, come ho spiegato nella mia lettera all’Accademia dove ho richiamato due tipi di motivazioni: personali e obiettive.

Le ragioni personali sono le seguenti: il mio rifiuto non è un atto di improvvisazione. Ho sempre declinato gli onori ufficiali. Quando nel Dopoguerra, nel 1945, mi è stata proposta la Legione d’Onore, ho rifiutato malgrado avessi degli amici al governo. Ugualmente non ho mai desiderato entrare al Collège de France, come mi è stato suggerito da qualche amico. (…) Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come in questo caso.

Le mie ragioni obiettive sono le seguenti: la sola lotta possibile sul fronte della cultura, in questo momento, è quella per la coesistenza pacifica di due culture, quella dell’est e quella dell’ovest. Non voglio dire che bisogna abbracciarsi – so bene che il confrontarsi di queste due culture prende necessariamente la forma di un conflitto – ma che la coesistenza deve avvenire tra gli uomini e tra le culture, senza l’intervento delle istituzioni. (…) Le mie simpatie si rivolgono innegabilmente verso il socialismo e a ciò che viene chiamato il blocco dell’est, ma io sono nato e sono stato allevato in una famiglia borghese. Spero tuttavia, sia chiaro, che “vinca il migliore”: cioè il socialismo.

Questo è il motivo per cui io non posso accettare le onorificenze conferite dalle alte istanze culturali, sia all’ovest che all’est, anche se capisco con chiarezza la loro ragione di esistere. Anche se tutte le mie simpatie sono dalla parte dei socialisti sarei incapace di accettare, per esempio, il premio Lenin se qualcuno me lo volesse dare, ma non è questo il caso. Durante la guerra d’Algeria, quando abbiamo firmato il “Manifesto dei 212″, avrei accettato il premio con riconoscenza perché non avrebbe onorato solo me ma la libertà per cui si lottava. Ma questo non è successo, ed è solo alla fine della guerra che mi si è assegnato il premio» [fonte Il Post].

Il caso di Sartre fu piuttosto eccezionale. In seguito, lo scrittore svedese Lars Gyllensten, che al tempo faceva parte dell’organizzazione che si occupava di conferire il Nobel, raccontò che nel ’75 Sartre aveva contattato l’Accademia, per sapere se fosse ancora possibile recuperare il denaro della vittoria, in modo da destinarlo a un’iniziativa umanitaria. La somma, però, non era più disponibile (oggi un Nobel per la letteratura si porta a casa la bellezza di 900mila euro, un tempo erano pure di più). Tuttavia, Annie Cohen-Solal, biografa di Sartre, ha negato la veridicità dell’episodio.

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