Daniele Ciprì – La buca

Non importa quanti film Daniele Ciprì e Franco Maresco riusciranno a fare in solitaria, perchè saremo sempre portati a fare il confronto tra i due, a giocare a chi ha maggiormente ereditato lo stile “Ciprì & Maresco”. È normale, d’altronde, fare i conti con il passato dopo quell’incredibile sodalizio artistico che ha portato i due autori non solo a rivoluzionare la televisione e il cinema, ma anche ad intraprendere carriere “da solisti” a fianco delle più importanti personalità cinematografiche del nostro paese (nel caso di Ciprì) oppure ad inseguire caparbiamente la propria idea di cinema a dispetto del sistema produttivo italiano (nel caso di Maresco e del suo Belluscone).

 

A due anni di distanza dall’exploit di È stato il figlio, e dalla consacrazione come direttore della fotografia (non solo di Marco Bellocchio) Daniele Ciprì torna dietro la macchina da presa con La buca per raccontare ancora una volta lo sfascio del nostro paese e della sua cultura basata sul compromesso e i favori. Protagonisti della vicenda, Oscar (Sergio Castellitto), un avvocato alla Azzecca-garbugli che cerca sempre di truffare chiunque gli capiti a tiro, e Armando (Rocco Papaleo), uscito di prigione dopo 27 anni per essere stato accusato ingiustamente di omicidio. Con l’aiuto di un cane e di una barista Carmen (Valeria Bruni Tedeschi) i due diventeranno amici e decideranno insieme di chiedere la revisione del processo.

 

 

A differenza di È stato il figlio tuttavia, il dato reale è quasi del tutto assente e il regista siciliano compone infatti un affresco dai toni sognanti ed evanescenti più simile ad una favola: dai personaggi sopra le righe all’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio (in che epoca siamo? in che luogo?), dalla fotografia sfocata e tendente al bianco e nero alle onnipresenti e stranianti musiche di Pino Donaggio. Un cinema che per ammissione dello stesso regista guarda a registi come De Sica, Risi e Monicelli, ma anche ad autori americani come Lubitsch, Wilder e Edwards.

 

Il risultato però è lontano da quegli intenti e la colpa è essenzialmente di una sceneggiatura che pretende di svilupparsi attorno ad un piccolissimo spunto portato avanti per l’intera durata del film e che non può basarsi sulle solite caricature, le solite macchiette, il solito surrealismo grottesco. Perchè se in Maresco quelle macchiette sono proprio lo specchio attraverso il quale gettare nuova luce su tutti noi e al contempo, con la sua lente cinematografica, dare vita a personaggi più veri del vero, in Ciprì sono personaggi statici, immobili, che non sono l’espressione di un Italia allo sbaraglio, ma sono piuttosto lo stereotipo di quella idea. Le maschere di Ciprì rimangono in questo modo confinate alla macchietta senza prendere ulteriore slancio cinematografico come succedeva per esempio in È stato il figlio.

 

Nella buca, insomma c’è caduto anche Ciprì, ma siamo sicuri però che saprà rialzarsi presto.