David Lynch è notoriamente considerato uno dei registi più astratti e bizzarri del cinema contemporaneo. Il termine “lynchiano” è ormai diventato di uso comune e viene utilizzato per identificare opere di stampo surrealista, con trame oniriche e personaggi portati a scontrarsi con una realtà irrazionale. Questo mondo interiore è esplorato dal regista in diversi film, ma è anche protagonista dei suoi cortometraggi, che hanno caratterizzato l’intera sua carriera, a partire dagli anni di formazione trascorsi nello studio dell’arte pittorica. Angoscianti, assurdi, ridicoli: i corti di David Lynch sono noti per trasmettere sensazioni diverse da spettatore a spettatore. Arrovellarsi più di tanto è inutile, bisogna piuttosto accettare le suggestioni costruite abilmente su immagini e suoni: di solito un significato di fondo è assente.
Di seguito proponiamo una nostra lista di dieci suoi cortometraggi, partendo da quelli giovanili, sperimentali e ancora influenzati dagli studi d’arte (presso la Pennsylvania Academy of the Fine Arts), fino a quelli della maturità, girati nel formato digitale tanto apprezzato da Lynch che lo utilizzò nel 2006 per girare il lungometraggio Inland Empire.
Six figures getting sick (six times) (anno 1966, durata 1′)
Prima vera opera cinematografica di Lynch, questo disturbante cortometraggio si colloca a metà tra una fase ancora pittorica del regista e quella propriamente filmica: l’intento del regista era quello di creare un moving painting, un quadro in movimento e sonorizzato. Le sei figure protagoniste altro non sono che calchi tridimensionali animati grazie alla sovrapposizione di un video, proiettato su esse: l’effetto ottenuto è quello di figure in preda ad un’emorragia interna, con un allucinante rumore di sirene come accompagnamento sonoro. Il corto costò ben 200 dollari ed ottenne un riconoscimento da parte dell’Accademia delle Belle Arti presso cui era studente.
The alphabet (anno 1968, durata 4′)
Anche con questo secondo corto Lynch sceglie un approccio pittorico, ma interponendo alcune scene recitate da un’attrice, Peggy Lynch (sua moglie). Il regista lo descrive come «un piccolo incubo che riguarda la paura connessa all’apprendimento»: protagoniste sono le lettere dell’alfabeto, materializzatisi in un inquietante sogno del quale la donna è vittima. Assieme alla ricerca di un’immagine fredda e il più possibile macabra (torna la rappresentazione del sangue), Lynch dimostra uno specifico interesse nei confronti del suono, mescolando effetti sonori (fischi, pianti di neonato) ad un’acuta e grottesca voce recitante.
The grandmother (anno 1970, durata 33′)
Con The grandmother Lynch vuole girare un corto più ambizioso, aumentando il budget e lavorando ad una sceneggiatura più definita: un bambino, maltrattato dai genitori, “pianta” sul proprio letto un seme speciale dal quale nasce una figura umana, una protettiva nonna alla quale fa riferimento il titolo. Alcune sequenze sono animate, ma buona parte del corto è costituita da scene recitate (per dare consistenza alla storia Lynch necessita di ben quattro attori). Il tono del filmato resta cupo (si racconta in fondo una storia di abusi familiari), non allontanandosi dalla disturbante atmosfera dei precedenti corti. Il film permetterà a Lynch di accedere all’American Film Institute.
The amputee (anno 1974, durata 5′)
Corto prodotto durante il suo periodo di studio presso l’American Film Institute, la trama è essenziale e vede protagonista una donna menomata intenta a scrivere una lettera, mentre un’infermiera (interpretata da Lynch) le pulisce i moncherini, senza suscitare l’interesse della paziente. Una voce fuori campo descrive i pensieri della donna, ma il contesto non è chiaro né significativo. Girato in bianco e nero, il corto era pensato come test, voluto dall’AFI per osservare la qualità di due nuovi materiali per pellicole. Non tra i corti più belli del regista, ma l’assenza di significato e l’assurdità della situazione lo rendono tipicamente lynchiano.
The cowboy and the frenchman (anno 1988, durata 26′)
Parte di una serie di corti prodotti da registi stranieri per l’anniversario della rivista francese Le Figaro (Les Français Vu Par… ovvero “I francesi visti da…”), il filmato è una breve satira costruita sulla grottesca rappresentazione degli stereotipi di due nazioni, l’America di Lynch (identificata dai cowboy interpretati da Jack Nance e Harry Dean Stanton) e appunto la Francia (rappresentata dal frenchman Frederic Golchan, armato di baguette e bottiglie di vino). Lynch la definisce una “commedia assurda”, resa efficace dall’effetto sorpresa scaturito dallo scontro tra una cultura europea e l’americana, l’una completamente ignorante dell’altra.
Industrial symphony N.1 (anno 1989, durata 50′)
Frutto di una collaborazione di Lynch con l’amico compositore Angelo Badalamenti e la cantante Julee Cruise (già voce per la colonna sonora di Velluto blu), questo mediometraggio è costruito come un musical surreale e dal tono malinconico: l’intero spettacolo sembra trasporre in musica i tristi sentimenti di una donna (Laura Dern), che in un’introduzione osserviamo mentre viene lasciata dal fidanzato (Nicholas Cage). La coreografia da sogno e la musica di Badalamenti costruiscono un atmosfera suggestiva che anticipa alcune tipiche scene della filmografia lynchiana successiva (alcune melodie ricordano la colonna sonora di Twin Peaks), basate su effetti creati dall’interazione tra suoni, cantilene e luci soffuse.
Rabbits (anno 2002, durata 42′)
«In una città senza nome bagnata da una pioggia continua… tre conigli convivono con uno spaventoso mistero». Questa l’introduzione di uno tra i corti più inquietanti e oscuri di Lynch: tre attori travestiti da conigli (Scott Coffey, Naomi Watts e Laura Harring, scelti tra il cast del film Mulholland Drive) sono protagonisti di una assurda sitcom ambientata in una stanza. I tre interagiscono tra loro, ma ogni frase sembra sconnessa da quella successiva, in un botta e risposta continuo ma privo di alcun senso (molte frasi esprimono però una misteriosa preoccupazione). Il cupo accompagnamento musicale di Angelo Badalamenti, storico collaboratore di Lynch, sommato alle improvvise risate di un immaginario pubblico e ad alcuni bizzarri effetti di luce e di sfocatura della camera, dà origine ad un corto disturbante, che per certi versi fa tornare in mente le atmosfere oniriche di Mulholland Drive e Inland Empire (quest’ultimo film contiene una versione tagliata di Rabbits).
Dumbland (anno 2002, durata 35′)
Non un vero cortometraggio quanto piuttosto una serie suddivisa in otto brevi episodi, caricati inizialmente sul sito ufficiale di Lynch (http://davidlynch.com/). Dumbland è una serie «cruda, stupida, violenta, assurda» afferma il regista. Oggetto dei corti sono disegni ridicolmente abbozzati dello stesso Lynch, animati con Flash tramite un processo laborioso che ha come effetto un’animazione tremolante e stilizzata. Protagonista è lo sgradevole Randy, padre di famiglia dall’aspetto trogloditico e costantemente arrabbiato, alle prese con situazioni quotidiane (incontro con il vicino, un infortunio, la visita della suocera ecc.) che lo turbano e ne stimolano forme di violenza fisica e verbale. Le voci dei personaggi sono versioni distorte della voce di Lynch.
Absurda (anno 2007, durata 2′)
Tra i corti più recenti vi è Absurda, proiettato al Festival di Cannes del 2007. Girato in digitale (ormai il formato ufficiale dei cortometraggi di Lynch), mostra l’interno di un teatro sul cui palco è infilzata un’enorme forbice. Non vediamo il pubblico, ma sentiamo le voci fuori di campo di alcuni giovani, spiazzati da ciò che viene proiettato sullo schermo del teatro: loro stessi. Lynch ancora una volta mette in scena un episodio assurdo, inquietante e dall’epilogo cruento. Gli effetti di luce e l’atmosfera surreale della situazione, oltre all’ambientazione teatrale, ricordano la sequenza del club Silencio, tra le più disturbanti di Mulholland Drive.
Lady Blue Shanghai (anno 2010, durata 16′)
Progettato per essere la pubblicità di una borsa della casa di moda Dior, questo corto presenta una qualità superiore ai precedenti. Sicuramente vi contribuisce l’ingaggio di un’attrice del livello di Marillon Cotillard come protagonista: la trama ruota attorno ad una sua esperienza onirica presso una stanza d’albergo di Shanghai, nella quale le appare magicamente innanzi una borsa che le fa ricordare di un’avventura amorosa passata. Lo studio del sonoro e di certe gradazioni cromatiche dell’immagine (il colore ha sempre un ruolo rilevante nel cinema di Lynch) fanno del corto un’opera tipicamente lynchiana che ad alcuni potrà ricordare un suo film del 1986, Velluto blu. L’intento resta però comunque pubblicitario: la reale protagonista è la borsa, più che la diva.
