Abel Ferrara – Pasolini

«Con la vita che faccio, io pago un caro prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose». Abel Ferrara quell’inferno ce lo ha raccontato diverse volte, da King of New York a Fratelli. Ed era quindi normale aspettarsi da lui il rivelarsi, nel suo tanto annunciato progetto su Pier Paolo Pasolini, proprio di “quelle cose” al quale lo scrittore faceva riferimento nella sua ultima intervista rilasciata a Furio Colombo. Aspettative che però il suo Pasolini ha ampiamente deluso, non tanto per aver “osato”, come diranno i puristi di PPP, sfiorare il culto del regista de Il vangelo secondo Matteo, quanto per non aver avuto il coraggio di sprofondare nella sua poetica, di immergersi nella sua ossessione, di schiudere un caso tenuto all’oscuro per troppo tempo.

Nell’ultimo giorno di vita di Pasolini raccontato da Ferrara si alternano quindi immagini e pensieri dell’autore in ordine sparso, frammenti di vita e di sogni passati, presenti e futuri. Ci sono le parole di Il petrolio, romanzo rimasto incompiuto, ma c’è soprattutto Porno-teo-kolossal, film mai iniziato per il quale Pasolini voleva Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli come i protagonisti di un viaggio metaforico verso il Paradiso, e che Ferrara cerca di immaginarsi e di ricreare. Ma tutto sembra essere messo lì apposta per riempire i vuoti lasciati da una sceneggiatura fin troppo misteriosa e indecifrabile, dove anche i momenti decisivi della pellicola perdono di valore e di consistenza. Come ad esempio proprio gli spezzoni onirico-filmici aventi per protagonisti Riccardo Scamarcio e lo stesso Davoli (nella parte di Davoli e di De Filippo) che sfiorano più volte lo “scult” proprio perchè lontanissimi dallo sguardo pasoliniano. Una superficialità, una distanza, una svogliatezza che se da un lato consentono a Ferrara di non cadere in facili proclami e giudizi morali sul “caso Pasolini” (aspetto senza dubbio lodevole), dall’altro finiscono con l’azzerare tutta l’energia, la vitalità, l’intensità di cui era portatore il poeta di origini bolognesi.

«Scandalizzare è un diritto. Essere scandalizati è un piacere e chi rifiuta questo piacere è un moralista», diceva Pasolini poco prima di essere ucciso da Pino Pelosi il 2 novembre del 1975. E realizzare un film freddo, impersonale, mostrando anche sequenze “scandalo” senza però alcun valore è quanto di più lontano dalla sua poetica. Ferrara non è certo un moralista, ci mancherebbe, ma il suo tentativo di lasciare il segno, francamente, si perde nel vuoto. Come del resto l’interpretazione di Willem Dafoe, dal punto di vista fisico praticamente identica, ma spesso confusa e impalpabile.