Vittorio De Sica – Il giardino dei Finzi-Contini

Nel 1970, Vittorio De Sica, basandosi sul romanzo omonimo di Giorgio Bassani, fece uscire uno dei film più importanti per la sua carriera di regista: Il giardino dei Finzi-Contini. La pellicola gli garantì traguardi preziosi come l’Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino ed il premio Oscar come Miglior Film Straniero.

 

Il plot è incentrato sull’amore che nasce tra due giovani di famiglia ebrea nel periodo della promulgazione delle leggi razziali. Giorgio (Lino Capolicchio) conosce fin dall’infanzia Micol Finzi-Contini (Dominique Sanda) ed entrambi hanno sempre mostrato una sorta di amore fraterno; adesso che sono adulti, si ritrovano con gli amici a giocare a tennis nella tenuta del facoltoso padre della ragazza. Mano a mano che la storia tra i due si sviluppa, lo stato fascista italiano discrimina sempre più la comunità ebraica, limitandone le libertà civili: il film acquista allora un passo sempre più pesante, che rende alla perfezione il clima opprimente dell’Italia della fine anni degli anni ’30 e dei primi anni ’40.

 

 

Nel frattempo, la relazione di Giorgio con Micol diventa via via più problematica, e il giovane perde sempre più le speranze. Grazie ad un ottimo lavoro scenografico, la pellicola assume un quid onirico, per cui lo spettatore non capisce se quello che osserva è un sogno, la realtà o semplicemente un ricordo. Vittorio De Sica regala un’esperienza pregnante, mescolando le carte dell’amore con quelle della società, la politica con la famiglia. Il Fascismo si presenta come un male alle porte, che ghettizza sempre più la comunità ebraica in un’Italia pronta ad accogliere in sé il razzismo.

 

L’arma, a doppio taglio, che caratterizza il film è sicuramente l’ambiguità, e quell’aspetto fumoso, che non trasmette tutto il peso storico dell’Italia delle leggi razziali e che quindi finisce per dare un tocco di irrealtà al complesso. D’altra parte, la delicata situazione sentimentale di Giorgio è avvantaggiata dall’atmosfera che De Sica riesce a creare con tanta abilità grazie alla sua capacità di cogliere, con grande finezza, ogni sfumatura dei vari personaggi. Il regista concepisce così un’opera con molteplici sfaccettature, intrecciando la dimensione onirica, del ricordo e quella socio-politica. Il giardino della splendida tenuta Finzi-Contini funge da perno narrativo, luogo in cui si condensano un passato piacevole e il duro presente nazi-fascista, in cui il rifugio diventa ghetto e l’innocenza è prossima alla violazione.

 

 

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