Gianfranco Rosi – Sacro GRA

Il GRA (Grande Raccordo Anulare) è l’autostrada circolare costruita attorno a Roma. Non si penserebbe mai che un simile canale di transito per ingenti masse di traffico possa essere considerato interessante dal punto di vista cinematografico o sociale: a smentire questa impressione è il regista Gianfranco Rosi, autore del film-documentario Sacro GRA (realizzato in collaborazione con l’urbanista Nicolò Bassetti), vincitore inaspettato del Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia. Sacro GRA è il primo documentario ad essere onorato con questo premio. Tra le ragioni, la peculiare scelta stilistica sembra essere stata determinante: infatti è un film di genere documentaristico che, per molti aspetti, assume l’aria di un’opera capace di raccogliere momenti di particolare intensità poetica, catturati dallo sguardo di Rosi che è riuscito a coglierli nel grigiore del raccordo autostradale.

La cinepresa inizia soffermandosi sulla carreggiata, mero luogo di transito che, come un organismo in espansione, ha creato attorno a sé una sorta di microcosmo isolato, nel quale vivono personaggi più e meno bizzarri. Con loro il regista, narratore invisibile, instaura un rapporto intimo, filmandoli in momenti assolutamente spontanei e quotidiani. Un pescatore di anguille, un nobile piemontese abitante in un modesto monolocale con la figlia, un botanico alla caccia di insetti nocivi dentro le palme, un principe che mette in affitto la propria villa, un gruppo di prostitute transessuali, un paramedico alle prese con gli incidenti notturni del raccordo: sono loro a rendere “sacro” il GRA.

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Infatti se da un lato queste figure possono sembrare artefatte e selezionate per il loro carattere bizzarro (col rischio di cadere nel grottesco), dall’altro rappresentano con sincerità la loro condizione di “marginali” (ma non emarginati) e, se accettiamo la metafora religiosa (il riferimento al Graal) di Rosi, la loro natura di esseri dotati di una propria sacralità, abitanti di quella incontaminata periferia del mondo che già Pasolini aveva esplorato con simili accenti poetici.

Gente aliena, se vogliamo, eppure non alienata: a differenza di altri documentari, qui non interessa far emergere questioni sociali o rappresentare con occhio critico i disagi di una società periferica o il degrado dei bassifondi della capitale. Il regista rimane su toni lirici, curando molto lo stile e tenendo in particolare a mostrare momenti di spiazzante spontaneità (i dialoghi tra il nobile e la figlia nel monolocale, l’incontro del paramedico con l’anziana madre), ma senza costruire una linea tematica uniforme. Molto appropriata è pertanto la suggestiva similitudine presente a inizio film, che traccia un paragone tra la circonferenza del GRA e gli anelli del pianeta Saturno: è come se questi personaggi, suggerisce Rosi, siano abitanti di un’altra dimensione.

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