Lars von Trier – Manderlay

Lars von Trier è un regista eccentrico, a cui piace trattare gli argomenti da prospettive particolari per evidenziare meglio le sfaccettature nascoste di quelle che comunemente vengono chiamate “qualità”, e così ha fatto anche per Manderlay (2005), secondo capitolo della sua incompleta trilogia “USA – Terra delle opportunità”. Prendendo spunto dal precedente Dogville (2003), il regista danese costruisce una scenografia fantasmatica e desostanzializzata, di un paese dell’Alabama, appunto Manderlay, dove un giorno sostano dei gangster di passaggio, tra cui la figlia del boss, Grace (Bryce Dallas Howard). Quest’ultima, notando per puro caso che un nero  viene pubblicamente frustato, prende a cuore la situazione della piccola comunità rurale e decide di trattenere metà degli uomini di suo padre (Willem Dafoe) per poter migliorare la condizione umana dei poveri neri, trattati ancora come schiavi.

Il film è diviso in otto capitoli che narrano la storia di questa piccola comune, gestita quanto più democraticamente possibile da Grace, con il supporto dei suoi gangster. Von Trier costruisce così una storia particolarmente realistica, dove egli decostruisce e smonta ideologicamente Grace fino alla disperazione della conclusione. Contrariamente alle sue pretese, la protagonista si costruisce un alibi per soddisfare la propria persona e non per compatire fino in fondo la condizione dei negri, anche se convive con loro e patisce la fame con loro. Pian piano Grace cade vittima delle proprie pulsioni e dei propri sogni e finisce per risultare una bambina che cerca di “giocare” con qualcosa che supera la sua portata. Von Trier mostra come alla fine, la libertà, se è imposta e non voluta, non è tale e finisce per essere una forma distorta e forse ironicamente peggiore della schiavitù; così egli ribalta completamente la situazione e con un tatto eccezionale accusa gli USA del nuovo millennio, che ritengono di aver superato i propri “difetti” per poter esportare all’estero la propria “democrazia”.

La materialità della scenografia è ridotta a dei semplici disegni delimitativi per focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla psicologia di ogni singolo personaggio, il quale forse rappresenta un tipo sociologico dell’America che non è solo degli anni ’20 (ovvero l’ambientazione del film). Lars Von Trier come per il precedente capitolo di Dogville, mostra alla fine come la razza umana, nella sua integrità, non meriti affatto i grandi ideali e come essa non riesca a fare a meno del suo lato oscuro e vizioso per denigrarli. Alla fine coloro che dovrebbero mostrare gratitudine nei confronti della coraggiosa, quanto infantile e testarda, Grace, mostrano disprezzo o incomprensione, evidenziando che la libertà alla fine non ha valore se non si lotta per essa.

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