Damon Albarn – Everyday robots

«They didn’t know where they was goin’ but they knew where they was wasn’t it». Comincia così, con un campionamento del comico britannico Lord Buckley che parla dell’esploratore Alvar Nuñez Cabeza de Vaca, Everyday robots, il primo album solista di Damon Albarn. È un esergo ironico, con tanto di risate di sottofondo, ma che introduce un tema serio, quello intorno a cui ruota tutto il disco: la solitudine, l’alienazione e il conseguente smarrimento del mondo tecnologico moderno. Co-prodotto con Richard Russell, boss della XL Recordings e già collaboratore di Albarn, Everyday robots è una raccolta di malinconiche ballad tra folk, soul e richiami esotici, che parlano di incomunicabilità, intrise di spaesamento e nostalgia, quelli di un 46enne che, liberato dagli orpelli adolescenziali del brit rock, si confessa, anche in modo dolente (in You & me parla della sua tossicodipendenza, su cui ha esternato anche di recente).

Il risultato è un disco di gran classe, fatto di ricami elettronico-acustici raffinati che poggiano su ritmi ipnotici, influenzati dal dub, e che sfruttano al massimo le esperienze e il talento multiforme di Albarn. Si passa così dai raffinati echi jazzati di Lonely press play, che fa leva su un basso rotondo e percussioni afro, al folk dolente di Hostiles, a quello più teso di You & me, fino alla più sbrigliata Mr Tembo, che racconta la storia di un cucciolo di elefante con l’ausilio del Leytonstone City Mission Choir, che Damon tanto amava ascoltare da bambino.

In Everyday robots troviamo dunque un Albarn che si confronta con le proprie radici, le proprie passioni, le proprie inquietudini. È un viaggio figurato per le strade di Londra che l’hanno visto crescere, ma anche tra i suoi riferimenti culturali. Il brit pop, come lo conoscevamo ai tempi di Song 2, Coffee and tv, Charmless man, non esiste più, e da un pezzo: al suo posto, ballate sinuose e angosciate che si snodano a partire da semplici arpeggi (Hollow ponds) o ricami di synth (Photographs). Un percorso non semplice (vedi You & me, sette minuti che offrono forse la summa dell’intero album), ma che sul finale trova una schiarita con la bella Heavy seas of love, architettata insieme a Brian Eno (e si sente).

Albarn, insomma, ha esorcizzato un po’ di demoni e realizzato un album caratterizzato da un songwriting adulto e capace di spaziare su più fronti senza smarrire la bussola. A questo punto, lo aspettiamo live in Italia e soprattutto al varco dei nuovi dischi di Blur e Gorillaz: anche lì, però, la sensazione è che in serbo ci sarà più malinconia che riso.

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