Werner Herzog – Nosferatu, il principe della notte

Il 1922 è l’anno di uscita del Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau: viene ricordato come uno dei capolavori del cinema espressionista tedesco, corrente cinematografica d’avanguardia fondata intorno al primo decennio del ‘900 in Germania e rifacentesi al movimento pittorico omonimo, mirato a rappresentare la realtà attraverso l’ottica soggettiva. Il film di Murnau è un classico senza tempo, pertanto l’idea di un remake poteva deludere facilmente sia pubblico che critica; ma l’operazione fatta nel 1979 da Werner Herzog è assolutamente dignitosa ed un prodotto artistico veramente suggestivo: il suo Nosferatu non vuole essere mero remake, quanto piuttosto rendere omaggio ad un maestro del cinema tracciando un filo di continuità con il “nuovo cinema tedesco”.

Le similarità si riscontrano partendo dalla trama: il film racconta del viaggio verso i selvaggi monti Carpazi di Jonathan Harker (Bruno Ganz), agente immobiliare della città anseatica di Weismar. Il suo cliente è il conte Dracula (interpretato da un agghiacciante Klaus Kinski), proprietario di un castello nella regione della Transilvania ma alla ricerca di una nuova casa in Germania. Alcuni zingari del posto avevano avvertito Jonathan di stare alla larga dal misterioso conte, ma lui, uomo di città, respinge ogni superstizione. Cattivi presentimenti giungono anche alla moglie Lucy (Isabelle Adjani), rimasta in Germania temendo per la sorte del marito, tra incubi notturni e oscure premonizioni in forma di pipistrelli. Salpando per Weismar, Dracula porta con sé un’ondata di peste: Jonathan capisce di aver venduto casa ad un vampiro.

Nosferatu_Kinski

Fatta eccezione per i ruoli invertiti di Lucy e Mina Harker, i nomi ricalcano la trama originale del Dracula di Stoker (Murnau non poté per i diritti d’autore). Tra i due film, somiglianze e citazioni si possono invece riscontrare sul piano visivo: molte scene sono rigirate negli stessi luoghi del film originale, rese però ora a colori (la più netta differenza tra i due Nosferatu). A dare valore al film sono proprio queste location, che immergono la storia in un contesto nord-europeo rifacendosi anche a certi spunti provenienti dall’arte romantica tedesca (David Friedrich), rendendo il film “gotico” in tutti i sensi, sia per tematiche (dell’orrore) che per contesto, castelli isolati e ambientazione nordica.

Altri elementi trainanti dell’opera di Herzog sono le interpretazioni della Adjani e dello spettrale Kinski, truccato come fu Schreck nel film del ‘22. La pellicola è poi resa suggestiva da un utilizzo delle luci capace di creare netti contrasti fra il pallore degli attori e le ombre circostanti, rendendo omaggio a quelli che erano i giochi d’ombra utilizzati dal cinema espressionista in bianco e nero. Le musiche dei Popol Vuh completano l’atmosfera di questo capolavoro del cinema moderno, una storia dell’orrore il cui mostro è in fondo la prima vittima, maledetto perché incapace di poter morire e alla ricerca di una cosa sola, per lui irraggiungibile: l’amore di una donna.