Esistono pochi registi che possono permettersi di “snobbare” la trama di un film per concentrarsi esclusivamente sui sentimenti. David Lynch è sicuramente uno di questi. Mentre in tutta la sua precedente filmografia esiste un abbozzo, per quanto oscuro, di tessuto narrativo, nel caso di INLAND EMPIRE (2006) il cineasta ha direttamente saltato quest’aspetto. Nel film Lynch cerca di spiegare allo spettatore in minima parte cosa stia accadendo. Una donna (Laura Dern) è coinvolta da un regista (Jeremy Irons) nel progetto di un film dall’aura davvero misteriosa; e proprio su quest’ultima parola si snoda l’intera trama del primo tentativo digitale lynchiano.
La cinepresa si sposta continuamente tra paesaggi oscuri, desolati e desolanti, mentre il luogo d’ambientazione sembra altalenare tra gli studi di produzione di Los Angeles e una città polacca senza nome. La protagonista, insieme al marito e all’amante, subisce una serie di sdoppiamenti che sembrano portare a galla un’angoscia profondissima che assurge a linfa narrativa della pellicola. Al tutto si aggiungono i noti spezzoni, quasi gag, dei cortometraggi intitolati Rabbits, con protagonisti appunto dei conigli, un’ulteriore alterità a cui sembra far riferimento il film.
Insomma, Lynch taglia e distrugge ogni abbozzo di trama per far spazio all’unico e più grande interprete che sia mai esistito al cinema: la mente. L’”inland empire”, appunto, è tutto ciò di cui egli ha bisogno per comunicare un messaggio fatto di angoscia e inquietudine. Il film alla fine si rivela un vero e proprio esperimento, in cui il regista cerca di fondere lo spettatore congiungendolo all’attore. Come già aveva fatto Fellini con 8 e mezzo (assimilando il punto di vista del regista), Lynch getta l’occhio dentro la macchina da presa, spezza l’unità e garantisce così la molteplicità prospettica tipica della settima arte. Riesce così a concentrarsi sul puro sentimento, passa dalla rappresentazione attoriale (qualcosa che sembra ricordare il decostruzionismo di Carmelo Bene) all’attore-spettatore, intesi come un tutt’uno, coinvolti entrambi nello stesso tunnel d’angoscia e paura.
INLAND EMPIRE altro non è se non il mondo interiore del grande regista americano ed egli cerca di comunicarlo ad un’altra prospettiva, con una sorta di dissezione cinematografica, quindi ad un’altra mente interpretante. Lynch sfrutta l’interpretazione come metodo di comunicazione diretta con lo spettatore: prende l’inquietudine, la dannazione, la fobia, il tormento e li rende cinema.
