Già prima dell’inizio del film il dato è interessante: in sala non c’è uno spettatore al di sotto dei 50 anni. Niente di strano infondo. D’altronde i giovani, come apprendiamo dal prologo, uno come Enrico Berlinguer non lo hanno mai nemmeno sentito nominare. Ed è proprio da qui che parte il regista Walter Veltroni. Dalla necessità di riportare alla luce una figura e un periodo storico che si sono persi nella memoria collettiva, ma che rappresentano un vero e proprio spartiacque nella storia culturale italiana e che oggi più che mai meritano di essere riscoperti.
Quando c’era Berlinguer, opera prima dell’ex segretario del PD, va presa quindi per ciò che è: una accorata e sentita ricostruzione politica di parte, fatta da un politico, in merito ad un altro politico. Impossibile quindi discernere l’operazione politica da quella cinematografica. Anche perché Veltroni non si tira certo indietro nel presentare la figura di Berlinguer, non rimane cioè ad una distanza utile a mostrare il lato oggettivo della storia, ma inserisce nella pellicola una costante voce off, molti ricordi personali (trascurabili) e un motivetto strappalacrime (del jazzista Danilo Rea) a sottolineare i momenti salienti della storia. Così facendo però anche l’interessante lavoro di recupero ed il prezioso e non scontato assemblaggio di frammenti televisivi, cinematografici e inediti, passa in secondo piano. Una parte, questa, comunque ben fatta, che copre gli anni che vanno dal “no” al referendum sul divorzio del 1974 fino alla morte di Berlinguer avvenuta dieci anni dopo in seguito all’ictus che lo colpì durante il comizio di Padova. Tra un’intervista e l’altra vengono passati in rassegna “l’estate del partito comunista” (come la chiama il regista) nella quale Berlinguer portò un italiano su tre a votare per il partito, le incomprensioni con il PSI di Bettino Craxi, l’attacco terroristico che subì in Bulgaria per via delle sue spiazzanti idee sul ruolo dell’Urss, l’assassinio di Aldo Moro che sancì la fine del “compromesso storico” e dei sogni riformisti del segretario. Tanti poi gli illustri contributi: da Giorgio Napolitano a Eugenio Scalfari, da Michail Gorbacev a Pietro Ingrao, da Bianca Berlinguer a Arnaldo Forlani.
Dopo aver presentato quindi in maniera utile ma anche superficiale la vita di un uomo e un politico straordinario, tutto quello che ci resta non è altro che la visione soggettiva e personale del Veltroni politico, più che del Veltroni regista. Una sorta di ricordo personale di quello che Berlinguer ha significato per lui più che per la gente comune. E poi Gaber, Arbore, Mastroianni, Paoli, Servillo, Pasolini, Jovanotti che se non fossimo al cinema sembrerebbe di stare in una puntata di Che tempo che fa. Un film necessario quindi. Ma allo stesso tempo ruffiano e un pò veltroni-centrico.

