Drew Goddard e Joss Whedon (creatore delle serie tv Buffy e Serenity) con il loro film, scritto a quattro mani, Quella casa nel bosco, seguono una delle strade sicure dell’horror, costruendo una trama affatto originale (almeno inizialmente) ma capace di puntare ad un vasto successo di pubblico. Il film è fondato sui tipici eroi dello slasher movie americano, studenti del college con gli ormoni a mille, divisi per quoziente intellettivo e massa muscolare dando così origine a figure stereotipate quali la ragazza facile, il giocatore di football (qui ha il volto di Chris Hemsworth), la timida vergine, il drogato e lo studioso. Tutti in partenza per un fine settimana a base di puro svago presso la solita, lugubre capanna nel bosco presa in affitto.
I cliché da horror riciclato sono evidenti. Questo gruppo di cinque ragazzi, dopo aver incontrato per strada un tipo losco che consiglia di stare alla larga dalla loro meta, giunge alla casa isolata nella foresta e, fin da subito, tutti si accorgono dei dettagli inquietanti dell’ambiente. Fin qui nulla di insolito, se non fosse che nel frattempo seguiamo le vicende parallele di altri due personaggi, Steve e Richard, tecnici di una centrale di controllo i cui monitor mostrano in diretta ciò che avviene nella casa: i due sono parte di un’organizzazione che controlla a distanza l’edificio e le vicinanze, manipolandole. Riescono così a spingere i cinque sprovveduti, ignari di essere spiati, ad entrare nella cantina, luogo dove ogni oggetto rappresenta una diversa minaccia (un’occasione per citare mostri di celebri film dell’orrore): gli operatori scommettono con cinico entusiasmo sulle possibili scelte dei ragazzi, attendendo il conseguente massacro (che loro chiamano sacrificio).

Pensando a film simili, ad esempio La casa o Scream, vengono in mente sesso, sangue, maniaci mascherati e appunto case maledette; in Quella casa nel bosco questo insieme di cliché, riutilizzati a iosa dai registi di nuova generazione, viene smontato alla base: i momenti di suspense sono sovrapposti ad una storia nuova, che mostra la casa come fosse un macabro reality dagli scopi chiariti solo nei minuti finali, nei quali viene fornita una spiegazione soprannaturale.
Gli stereotipi sono affrontati senza disprezzo, ma con un’ironia che cela una critica al mondo dei produttori cinematografici e dei registi, condizionati dallo spettatore medio che si accontenta dei soliti spaventi “preconfezionati”: l’intero film, rivisto in questa chiave, si presenta come una satira sulla figura del regista horror, che sceglie vittime e carnefici per attirare un pubblico più numeroso. Similmente gli operatori della casa nel bosco scelgono i cinque ragazzi (sacrifici al dio-spettatore) seguendo criteri standard, già consolidatisi all’interno dello slasher, e aggiungendo infine l’indispensabile “ingrediente mostri”.
