Gianni Amelio – Felice chi è diverso

«Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune» recitava uno dei più grandi poeti italiani, Sandro Penna. Ci vogliono queste parole per comprendere più a fondo non solo il messaggio, ma anche il titolo del nuovo documentario di Gianni Amelio, Felice chi è diverso, appunto. Perché, considerata l’omofobia ancora un po’ troppo diffusa, quel “diverso” può risultare fuorviante, non solo per l’omofobo, ma anche per chi da sempre non discrimina gli omosessuali e il loro sacrosanto diritto alla felicità.

Eppure, la lezione che Amelio vuole lanciare è ben più profonda e altrimenti non potrebbe essere per un gay recentemente dichiarato (risale a qualche mese fa, infatti, il coming out del regista). Il suo film si articola in una serie di interviste, che ripercorrono l’Italia omosessuale del Novecento, dai primi decenni fino agli anni Ottanta. Testimonianze importanti di chi, da artista, ha fatto della sua omosessualità un punto di forza nella sua professione, passando per il quasi dovuto tributo a Pier Paolo Pasolini, ricordato dall’amico Ninetto Davoli. Riflettori puntati soprattutto sugli omosessuali censurati dal fascismo, vittime di una società che negava persino la loro esistenza e che, nel momento in cui l’ha dovuta riconoscere, non ha smesso di denigrare, perseguitare e, alle volte, di uccidere o spingere al suicidio.

Al di là degli intenti lodevoli di Amelio, il documentario pecca in alcuni punti: manca una prospettiva degli ultimi anni, dove la situazione è in parte migliorata, grazie ai cortei, alle battaglie per i diritti degli omosessuali. Certo, c’è ancora molta strada da fare, ma è anche vero che Amelio getta uno sguardo troppo rapido ai giorni nostri, rischiando, così, di presentare al suo pubblico un’opera obsoleta (e la pensano così anche quelli di The Hollywood Reporter).

Ma la critica al film, a mio avviso, può finire qui, perché tra il fare, anche con dei limiti, e il non fare nulla, c’è una bella differenza. La storia della discriminazione omosessuale è lunga e complessa, anche perché supportata in passato dai media e non solo dalla mancanza di buon senso della gente. In Felice chi è diverso la diversità è insita nelle singole esperienze: gli intervistati hanno vissuto la loro omosessualità in modo distinto, i termini utilizzati per parlarne sono differenti, così come i ricordi e le esperienze. Felice è, dunque, chi riesce a essere se stesso nel suo modo di concepire il suo orientamento sessuale.

È una lezione semplice, che vale per tutti, anche per gli etero: è nell’identità personale che risiede la gioia, in chi non cerca né omologazione né diversità a tutti i costi. Felice chi è diverso: diverso da chi? Ma dagli altri, da tutti gli altri, anche da chi è simile, ma non uguale.

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