Carlo Verdone considera Borotalco (1982) il film più importante della sua carriera. Il motivo è semplice: è il primo film in cui il regista romano dismette i soliti personaggi e un tipo di comicità più macchiettistica, di ascendenza televisiva, per concentrarsi su una narrazione più organica, più matura. Dopo Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e verdone (1981), campioni d’incassi al cinema, la pressione era tanta: Borotalco, però, non solo andò bene al box office, ma sbancò anche i David di Donatello, con ben 5 premi conquistati (per Carlo, “miglior film” e “miglior attore”).
La sceneggiatura (scritta dal regista con Enrico Oldoini) è semplice, ma resa irresistibile dal solito tono agrodolce di Verdone e soprattutto da alcuni numeri comici irresistibili, dovuti in primis al solito, grande Mario Brega. Verdone interpreta Sergio Benvenuti, un anonimo venditore porta a porta, che cerca disperatamente di ingranare con il lavoro e di tenere a bada il futuro genero, Augusto (Brega appunto), che neanche troppo velatamente cerca di estorcergli una promessa di matrimonio per la figlia, con cui è fidanzato. Un bel giorno, però, il caso porta Sergio a bussare alla porta di tale Manuel Fantoni (Angelo Infanti): Fantoni stordisce Manuel con il suo charme e le sue chiacchiere, lo convince di avere amici ed ex amori importanti ad Hollywood, di aver vissuto tutte quelle esperienze che uno come lui può solo immaginare. E invece è un “fregnacciaro”, per dirla alla romana: si chiama Cesare Cuticchia, e appena finito di chiacchierare con Augusto, la polizia se lo porta in galera.
Augusto, rimasto solo nella casa di Fantoni/Cuticchia, sceglie di calarsi nel personaggio: cambia identità e, con il nuovo nome (che mantiene perché “appoggia bene”), un nuovo look e perfino una nuova parlata, comincia a frequentare la collega Nadia (Eleonora Giorgi), abilissima venditrice e fanatica di Lucio Dalla.
Il castello di carte crolla miseramente, questo è scontato. Quello che è meno scontato è come un film in fondo povero, tanto sul piano del linguaggio che del significato, riesca a distanza di trent’anni a funzionare ancora. Il cinema di Verdone, di cui Borotalco è uno degli esempi migliori, è popolare solo nell’accezione letterale del termine, non nel senso lato di “grossolano”: e così, se la messinscena e i movimenti di macchina non sono straripanti e i dialoghi non particolarmente profondi, dalla loro hanno una genuinità difficile da emulare perché è una dote spontanea. In questo senso, il campione assoluto è il manesco e caciarone Brega, per Verdone una figura quasi paterna, un simbolo della romanità e, insieme, una fucina inesauribile di gag e spunti, poi puntualmente riproposti nei suoi film.
Borotalco è insomma il perfetto esempio di commedia all’italiana degli anni ’80: disimpegnata ma con garbo, popolare ma non greve, capace di alternare risate e malinconia. In pratica, un classico.
