Tobe Hooper – Poltergeist

Cuesta Verde è la tipica città americana, un tranquillo idillio fatto di villette a schiera e famiglie-modello con vite perbene, come quella dei coniugi Freeling con i loro tre figli Robbie, Dana e la piccola Carol Anne, protagonisti di Poltergeist, titolo che anticipa la natura soprannaturale del film. Una natura che si rende esplicita quando questa atmosfera di serenità casalinga è infranta da alcuni fenomeni paranormali, inizialmente innocui ma che degenerano con l’arrivo di una strana tempesta: un albero prende vita e cerca di uccidere Robbie mentre Carol Anne viene rapita in una misteriosa aura di luce, intrappolandola in un’altra dimensione. La madre Diane “sente” la voce della figlia ma, non trovandola, decide col marito Steve di farsi aiutare da esperti di parapsicologia, ai quali si aggiunge la medium Tangina: questi spiegheranno che la causa degli strani eventi è dovuta alla rabbia di anime morte alle quali un tempo è stato fatto un grave torto. Tra loro una in particolare (chiamata dalla medium la “bestia”) è responsabile del rapimento di Carol Anne: il poltergeist.

Il film, girato da un grande dello slasher, Tobe Hooper, è decisamente un horror, eppure non a base di sangue o omicidi e nemmeno configurato in cupe atmosfere gotiche: rientra per ambientazione nella categoria di film sulle case stregate (che prese piede dopo la pubblicazione di The Amityville Horror), ma esula da una rappresentazione violenta per spostarsi sui rapporti familiari tra genitori e figli, minati da un elemento caotico (veicolato dalla TV) che rompe l’idillio del nucleo familiare. In questo si vede l’influenza del produttore e co-sceneggiatore di Poltergeist, uno Steven Spielberg che, come molti della troupe affermano, pare abbia fatto sentire la propria presenza anche in sede di regia, sovrapponendo il proprio riconoscibile tocco (i drammi del nucleo familiare, l’infanzia come protagonista e qualche omaggio all’amico George Lucas) all’ottima tecnica di Hooper.

Tuttavia Poltergeist contiene un aspetto che lo rende meno banale di una semplice storia di fantasmi: il film inizia sulle note dell’inno nazionale americano, proveniente dal televisore (che poi sarà oggetto-tramite tra le anime e la bambina) nel quale scorrono immagini simboli di patriottismo, poi di colpo interrotte dall’effetto neve di un canale morto. E di fatto ciò sarà il prodromo dell’arrivo di qualcosa che torna da un passato obliato, i non così proverbiali scheletri nell’armadio che portano alla luce gli atti sacrileghi compiuti a suo tempo da amorali seguaci di certa politica capitalistica americana (siamo nel 1982 in età reaganiana), quelli che, per fame di investimenti, arrivarono perfino a costruire sopra terre consacrate. Le stesse sulle quali sorge la posseduta casa Freeling.