Akiva Goldsman è lo sceneggiatore premio Oscar di A beautiful mind, e anche de Il cliente, Cinderella man e Io sono leggenda. Però è anche l’autore dei copioni di Batman & Robin, Constantine, Il codice Da Vinci e Angeli e demoni. Volendo riassumere, un curriculum costellato di buoni film e di film orrendi, senza picchi in alto.
Per questo era interessante verificare cosa sarebbe accaduto con l’esordio dietro la macchina da presa di Storia d’inverno. Evidentemente, quelli della Warner dovevano credere parecchio nel progetto per staccargli un assegno da 75 milioni di dollari. C’è da sperare che la casa di produzione americana abbia puntato sul successo commerciale, perché dal punto di vista artistico il film è un flop totale.
Il titolo già non depone a favore dell’originalità della pellicola. Rimanda immediatamente ai feuilleton ottocenteschi, a Dickens, meglio, agli epigoni melensi e stucchevoli di Dickens. Storia d’inverno, tratto da un corposo best seller di Peter Elprin, va però da tutt’altra parte, punta ai Wachowski, ad un cinema che racconta di vite che s’intrecciano superando i confini del tempo e dello spazio, di destini indissolubili, con sullo sfondo la lotta tra Bene e Male. La differenza è nella chiave: non distopica o apocalittica, ma romantica e sentimentale.

(Peter e Beverly, ovver Colin Farrell e Jessica Brown Findlay)
Peter Lake, ladro scassinatore nella Manhattan di inizio ‘900, ha la bella idea di voler svaligiare la casa di un ricco signore che, tuttavia, al momento opportuno non si scopre deserta come presunto dal protagonista: in un letto, gravemente ammalata, c’è Beverly. Inutile a dirsi, i due s’innamorano, ma Peter nel frattempo deve tenere a bada anche il cattivo da cartolina Soames e il suo capo, il misterioso Giudice. Beverly muore, ovviamente, ma la sceneggiatura ha in serbo per Lake un miracolo, che avverrà (magia nella magia) ai giorni nostri.
Meglio non dirvi altro, per evitare lo spoiler, anche se sin dalle prime battute del film di Goldsman appare evidente dove si andrà a parare. La prevedibiltà, però, è solo l’ultimo dei problemi di Storia d’inverno. Sulla banalità ci puoi passare sopra, perché in fondo ad Hollywood il più delle volte è sempre la stessa storia che gira, solo “vestita” di volta in volta con abiti diversi. Non si può passare sopra, invece, ad una sceneggiatura zoppicante, pasticciata, che sbaglia tutto lo sbagliabile (i dialoghi ridicoli, i personaggi bidimensionali) e soprattutto si perde nei meandri degli intrecci spaziotemporali che dovrebbe saper dominare.
Se a questo aggiungerete anche una regia arida, formalista, e un improponibile cavallo alato che volteggia sui cieli di New York, avrete un’idea più precisa. Storia d’inverno è un filmetto scialbo, uno nato male (il libro di Elprin non è esattamente un capolavoro) e finito pure peggio. Vediamo come andrà al botteghino, certo, ma la sensazione è che di Goldsman la prossima volta sentiremo parlare solo come sceneggiatore.
