J.C. Chandor – All is lost. Tutto è perduto

Solo 30 pagine? Questo deve aver pensato il produttore di All is lost quando si è trovato tra le mani la sceneggiatura del film di J.C. Chandor. Se già il fatto costituisce di per sè una rarità, dal momento che di media le sceneggiature contano 120 pagine, quello che stupisce di più è che forse ne sarebbero servite anche meno per raccontare la storia.

Un uomo (Robert Redford), di cui non conosciamo né il nome né il passato, scrive una lettera indirizzata a non si sa chi lasciando intuire di aver perso ogni speranza di sopravvivenza. Da qui torniamo a otto giorni prima. L’uomo è su uno yatch nel mezzo dell’Oceano Indiano quando un container alla deriva lo sperona provocando una grossa falla nella fusoliera. Seguiranno in ordine: la riparazione dello scafo con scarsi risultati, la rottura di tutti i dispositivi elettronici, una terribile tempesta, l’affondamento della barca, la lotta in bilico tra la vita e la morte sopra la scialuppa di salvataggio. Tutto qua.

Che noia, verrebbe da pensare. Un solo protagonista per un film praticamente muto. Una sfida difficile da superare. Eppure il film tiene. Tiene perché la sceneggiatura è semplice ma non semplicistica. È essenziale ma non superficiale. È misurata ma non ripetitiva. Ed è proprio su questo piano che il film non solo vince la sua scommessa ma ci consegna anche un regista che se si giocherà bene le sue carte vedremo presto in palcoscenici ben più prestigiosi.

Costruito intorno alla legge di Murphy per la quale se qualcosa può andare male sicuramente lo farà, il secondo lungometraggio del quarantenne regista americano è tuttavia un film soprattutto “di regia”. Chandor rimane incollato per 105 minuti all’unico protagonista e non ci mostra flashback nè tantomeno scene che rivelano il suo passato, ma gioca di accumulo attenendosi il più possibile ad una resa verosimile degli eventi e utilizzando in modo grandioso i suoni e i rumori del film, che creano un’armonia tra montaggio sonoro e visivo davvero stupefacente.

Un film che vive di poche ma intelligenti intuizioni e che fa del minimalismo la propria cifra stilistica. Stonano per questo le altisonanti musiche di Alex Ebert quando invece sarebbe bastato un leggero contrappunto, peraltro più nelle corde del leader degli Edward Sharpe and the Magnetic Zeros.

Merito del regista di aver capito la vera forza del film, ma merito soprattutto di Robert Redford che a quasi 80 anni sfodera una delle sue migliori interpretazioni, anche da un punto di vista fisico. Mai uno sguardo fuori posto, mai una sbavatura. Bentornato Mr. Redford.

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