José Padilha – RoboCop

Quello di Paul Verhoeven non è mai stato un cinema particolarmente raffinato, vuoi per la rozzezza della psicologia, vuoi per una ricerca dell’effettismo quasi splatter (Basic instinct, Starship troopers). Tuttavia (o forse proprio per questo) ha avuto la forza sufficiente per imporre alcune sue creazioni nell’immaginario collettivo. RoboCop, per esempio, il robot poliziotto protagonista di un film del 1987 e che José Padhila ha resuscitato (parola usata non a caso) in questo 2014 incredibilmente più vicino al futuro prospettato da Verhoeven quasi trent’anni fa.

L’operazione, come qualcuno temeva e ha sottolineato, non era propriamente necessaria ma, va detto, non è nemmeno terribile. C’è meno forza rispetto all’originale, decisamente più brutale, più ambiguo (Verhoeven, superficialmente, sembra sempre un po’ reazionario). Il RoboCop di Joel Kinnaman (attore insipido) è pure troppo umano e consapevole della propria natura. Tuttavia, l’insieme è meno piatto e irritante di quanto non fosse lecito attendersi.

(RoboCop e il suo creatore, il dottor Dennett Norton)

La rappresentazione di un futuro degradato, dominato dalle multinazionali, in cui persino la guerra e la sicurezza sono state improvvidamente privatizzate, è l’intento principale del film, più esplicitamente politico del predecessore (sui titoli di coda si sentono i Clash di I fought the law). Murphy, agente di polizia, viene ferito gravemente in un agguato: la OmniCorp, colosso della sicurezza, vede in lui la possibilità di realizzare una nuova generazione di vigilantes, ovviamente meccanici. Sostituisce pezzi e impianta microchip, e nasce una creatura, RoboCop, che proprio macchina non è, dato che ha un cuore e soprattutto una coscienza.

Una scheggia impazzita, che come da tradizione si rivolterà contro i cattivi (il bravo Michael Keaton, presidente della multinazionale), con il supporto della famiglia (laddove nel film del 1987 RoboCop aveva la solidarietà solo di una collega) e del suo stesso creatore (Gary Oldman, forse il personaggio più interessante del film). Padhila, Orso d’Oro a Berlino nel 2008 con Tropa de Elite – Gli squadroni della morte, non è uno sprovveduto ma la sceneggiatura di Nick Schenk, James Vanderbilt e Joshua Zetumer non lo aiuta («Sto candendo a pezzi» dice la moglie di Murphy dopo il fattaccio: se non è umorismo involontario, questo…).

RoboCop spiega troppo, nasconde le ombre dell’originale, propone qualche dilemma etico (il potere delle corporation, il limite che la giustizia non deve infrangere) ma si guarda bene dall’approfondirlo. Per fortuna: puntando su uno spettacolo scorrevole, visivamente ben equilibrato (la CGI per una volta è usata con un po’ di cuore), ha qualche chance in più di non soccombere troppo duramente nel confronto con l’originale, che, con tutti i limiti di Verhoeven, era altra cosa.

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