Damien Jurado – Brothers and sisters of the Eternal Son

«I was met on the road / By a face I once knew / Shapeless was his frame and his colors were few», canta Damien Jurado nella seconda traccia di Brothers and sisters of the Eternal Son, intitolata Silver Timothy, e non è chiaro a chi si riferisca. Il Timothy del pezzo, infatti, potrebbe aver incontrato Dio o semplicemente un’altra anima smarrita come lui.

Musicalmente, il brano gioca con vibrazioni latin e fluttuazioni di synth decisamente psichedeliche. Si tratta di un buon sunto dello stile alla base dell album, visionario, ambiguo, incline a mescolare il folk con sonorità che spaziano dal jazz al dub al western. Brothers and sisters of the Eternal Son riprende lo stesso concept del precedente Maraquopa (2012), «il sogno di un uomo che decide di scomparire e poi cerca di trovare di nuovo se stesso». Non è un caso che anche il produttore sia lo stesso, quel Richard Swift degli Shins con cui Jurado aveva lavorato anche in Saint Bartlett (2010).

E dunque, se sullo sfondo c’è sempre lo scenario utopico di Maraquopa (la meta a cui ritornare in Return to Maraquopa), in primo piano c’è un sound vibrante e profondo: Magic number, che inaugura il disco, ammanta il beat jazzato della batteria con orchestrazioni eleganti e misteriose. Il mood è spettrale, c’è persino un intermezzo rumorista. È però Silver Donna il vertice sperimentale dell’album, tra magie dub e percussioni afro, con chitarra, basso e batteria che si fanno via via sempre più ipnotiche, sempre più martellanti. Jurado, però, non ha perso il gusto per la ballata che mira al cuore e fa centro: è Metallic cloud, magari un po’ paranoica, ma retta da quel meraviglioso duetto piano–archi che una voce più “diretta”, meno filtrata del solito ma ugualmente trasognata, conduce alla perfezione.

In generale, è però nella seconda parte di Brothers and sisters of the Eternal Son che si concentrano i pezzi più “morbidi”:la fluttuante Silver Malcom, Silver Katherine, Silver Joy (solo chitarra acustica e voce) e Suns in our mind (un mix di armonie vocali West Coast e leggerezza pop) traghettano con coerenza il viaggio di Jurado verso orizzonti altri.

Non verso la fine. Perché un viaggio come quello di Brothers and sisters of the Eternal Son non ha fine, evidentemente. Nel disco ci sono tante domande («are you a signal? / where is your station?»), tante anime perdute e solitarie, tanta solitudine e, insieme, un senso profondo di bellezza che trasfigura l’incubo dell’alienazione nella possibilità di una rivelazione imminente. Detto fuor di metafora, un gran disco.

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