Magik Markers – Surrender to the fantasy

Dice “arrenditi alla fantasia”: va bene, ma quale? Perché, senza girarci troppo intorno, a Surrender to the fantasy dei Magik Markers si possono riconoscere tanti meriti (?) ma certo non l’originalità. Registrato in parte nell’attico di J Mascis ad Amhrest, MA, e in parte nel seminterrato del padre della cantante, Elisa Ambrogio, a Hartford, CT, si tratta del lavoro più canzonettistico della band: rispetto alle jam noise furiose degli inizi, le strutture sono ora più familiari e il tono s’è ammorbidito in favore di una psichedelia di stampo Sixties, che ingloba tutti i cliché possibili. Mirrorless, per esempio: è precisa a I’ll be your mirror (citata pure nel titolo), ma cantata con quelle inflessioni sensualmente rock che solo Patti Smith. Graziosa, ma diciamo che dopo quattro anni di silenzio, Ambrogio, Pete Nolan e il nuovo bassista John Shaw potevano pure venirsene fuori con qualcosa di un pizzico meno prevedibile.

In American sphinx face (l’epicentro dell’album) l’andamento è quello pigro ed acido del raga-rock, tutto giocato sul contrasto tra la distorsione e il cantato sostanzialmente imperturbabile della Ambrogio. Minimalismo e sporcizia: Crebs e Bonfire scelgono la bassa fedeltà per declinare il verbo di un rock che – paradosso – cerca l’onestà, la sincerità, attraverso il calco fedele di stereotipi che dal garage spaziano al surf rock, al punk e alla psichedelia degli anni ’80. Ascoltando Acts of desperation, però, non si può non riconoscere ai tre un discreto talento: l’imitazione è stavolta di Neil Young, disossato sino a ridurlo ad un dialogo tra l’armonica e un twang chitarristico (due stereotipi West Coast, insomma). Young ed Empire building, in rapida successione, si confermano persino più ambiziose: la prima si costruisce a partire da un violoncello, intorno a cui nasce una progressione di chitarra supportata da qualche tocco di tastiera, mentre la seconda è più radicale, un incubo allucinato a base di droni, in cui la voce è ovattata, distante.

La chitarra fuori fase di WT, tra wah wah e cacofonia, chiude i giochi, ma lascia un interrogativo aperto: cosa saprebbero fare realmente i Magik Markers senza l’ossessione passatista? Probabilmente nulla di meglio, perché Surrender to the fantasy non sembra in grado di fare a meno del fascino per il vintage. E allora forse la fantasia cui allude il titolo è semplicemente un’immaginazione combinatoria, che si diletta in accostamenti anacronistici tra l’epigonico e l’apocrifo. Bene, buono a sapersi. Ma non chiamatele, per favore, nuove leve.

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