Francis Lawrence – Hunger Games: la ragazza di fuoco

Non usa troppi riguardi, Francis Lawrence: Hunger Games – La ragazza di fuoco comincia laddove si era interrotto il primo. Senza flashback, digressioni, senza nessuno degli artifici che consentirebbero a chi s’è perso il primo film tratto dalla trilogia distopica di Suzanne Collins di capirci qualcosa. La ragazza di fuoco è per iniziati: i tributi, Panem, i distretti, suonano come arabo per chi non ha bazzicato dall’inizio le avventure di Katniss. Probabilmente, Lawrence e i suoi sceneggiatori (Michael Arndt e Simon Beaufoy) devono aver pensato che i 278 milioni di dollari incassati in tutto il mondo dal film precedente potessero essere garanzia sufficiente del fatto che sono pochi, ormai, quelli che non conoscono la bella Katniss e le sue virtù di guerriera.

Katniss: è lei il centro di tutto, anche quando – come in questo secondo capitolo – l’impianto da blockbuster si tinge di riflessioni sociopolitiche. Il volto di Jennifer Lawrence, la sua presenza carismatica, sono l’epicentro della Storia. Idolo delle folle desiderose di rivolta contro il presidente Snow, che governa su Panem con metodi dittatoriali, Katniss è un archetipo di origini mitiche (Diana la cacciatrice) e al tempo stesso un idolo televisivo, con tanto di relazione amorosa orchestrata ad hoc per compiacere le folle (quella con Peeta, un Josh Hutcherson al solito bello e inutile). Del resto, gli “Hunger Games”, in cui 24 guerrieri da 12 distretti si sfidano fino alla morte (per scontare un tentativo di rivolta di anni addietro), sono una specie di cruentissimo reality show. Dunque sin dal primo episodio, Hunger Games ha flirtato con questa riflessione del rapporto (ambiguo) tra spettacolo e potere, ma in questo secondo capitolo si alza la posta. La sceneggiatura cerca di non perdere di vista la spettacolarità concentrandosi però maggiormente sulle vicissitudini politiche di Panem, e sulle manovre del presidente Snow (un Donald Sutherland con il pilota automatico) per scongiurare una rivolta che sembra ormai inevitabile.

Il risultato, però, è un film piatto, persino più del predecessore (che sì, era migliore dei vari Twilight, ma non è che ci volesse molto). Gary Ross non era un regista particolarmente dotato, ma sembrava possedere un punto di vista più netto rispetto a quello generico di Lawrence, poco più di un bravo mestierante al servizio di una storia che non si discosta praticamente per niente dal romanzo della Collins (e meno male che Arndt ha scritto Little miss sunshine e Beaufoy Full monty, The millionaire e 127 ore). Insomma, Hunger Games – La ragazza di fuoco è uno spettacolone che frulla assieme distopia e fantasy, antica Grecia e fantascienza, riflessione sul potere obnubilante delle immagini e spirito da blockbuster. Tutto e il contrario di tutto, e senza essere kitsch. Il che, con il senno di poi, sarebbe stato pure meglio: sarebbe stato, almeno, un brivido.