Woody Allen – Celebrity

Aleggia un’aria di isteria collettiva tra i protagonisti di Celebrity, commedia di fine anni Novanta firmata da Woody Allen. Un film in cui Allen c’è e non c’è: non c’è perché non vi prende parte come attore, c’è nel senso che il personaggio messo in scena da Kenneth Branagh è abbastanza simile ai complessati caratteri interpretati da Allen in altri suoi lavori. Accanto a lui, un’instabile (anzi, instabilissima) Judy Davis. Intorno a loro, una miriade di personaggi, altrettanto problematici.

In effetti, Celebrity mette in scena un sacco di individui, di dialoghi, di situazioni diverse e complicate. In certi momenti si ha la sensazione di essere un po’ troppo di corsa, di riuscire a malapena ad afferrare il senso di quanto viene detto o fatto. Tuttavia, ciò che alla fine resta – che è, con tutta probabilità, quello a cui il regista interessa – è un’immagine negativa della fama (il celebrity del titolo già fa pensare a una connotazione negativa), che spinge a depressioni, vizi, manie, trasforma gli uomini in esseri sospettosi, malfidenti, narcisisti ed egoisti. La separazione tra i due protagonisti principali è solo l’inizio di una serie di episodi a catena tragicomici: il ritmo degli eventi è schizofrenico, è impossibile stabilire con esattezza l’inizio e l’epilogo della serie di incoerenze, colpi di testa e paranoie.

Celebrity è un ritratto un po’ amaro non solo della celebrità in senso generale, ma della fama in un particolare contesto, quello occidentale, dove tutto diventa consumismo, mistificazione, eccessiva cura dell’apparenza e poca attenzione all’interiorità e ai principi etici. È un mondo intero che viene messo in discussione, dove non trovano posto la felicità, l’equilibrio e la perfetta realizzazione di sé: il carattere di Branagh è emblematico in tal senso, perché, certo, con la fine del suo matrimonio ha la possibilità di cambiare vita e realizzare le sue ambizioni, ma è pure totalmente incapace di donare agli altri qualcosa di duraturo, che abbia un valore, in quanto troppo occupato a cercare un significato alla sua esistenza.

Si dice che alla vita bisogna tentare di dare un senso, «perché evidentemente non ne ha nessuno», ma diventa un compito difficile se prima di tutto non si conosce se stessi. Se non si conosce se stessi non si è nemmeno in grado di dare qualcosa agli altri; se non si è in grado di dare qualcosa agli altri, la vita, che già è priva di senso, continuerà a non averne, perché è nella memoria collettiva che si perpetrano le nostre buone o cattive azioni, ed è nel confronto diretto e costante che noi esistiamo, che siamo qualcosa di “simile” o “diverso” da chi ci circonda.

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