Park Chan-wook – Oldboy

Oldboy ci ricorda che la vendetta è un piatto che va servito freddo. O meglio crudo, come la piovra viva che Oh Dae-su ordina in un comune ristorante sushi. Scena raccapricciante, ma il nostro protagonista (interpretato da Choi Min-Sik) un po’ di umanità l’ha persa, dopo essere stato rapito, ubriaco, per strada su ordine di una misteriosa organizzazione, dopo aver passato quindici anni in prigionia, chiuso in una cella sorvegliata e arredata come una stanza d’albergo. Passa il tempo tirando pugni contro il muro, guardando la tv e passando in rassegna i propri ricordi, ricercando mentalmente un valido movente per l’inaspettato rapimento.

Arriva poi l’inatteso rilascio, ma il suo mondo è ora cambiato: la moglie è stata uccisa (e lui considerato l’omicida), la figlia è stata data in affido e lui non ha più alcuna proprietà. Questo vuoto Dae-su, ridotto inizialmente in uno stato di ferinità, lo riempie con la sola cosa che sembra occupargli la mente: la vendetta. Contro ignoti inizialmente, ma con l’aiuto di Mi-do, cuoca del ristorante nel quale Dae-su cerca di tornare alla normalità, riesce a scoprire il nome del suo rapitore: Woo-jin (Lee Yoo Ji-tae), un uomo appartenente al suo passato (sono old boys cioè diplomati alla stessa scuola), e a sua volta impegnato morbosamente in una vendetta, man mano giustificata, contro lo stesso Dae-su: è l’inizio di una tortura ben più sottile della prigione.

oldboy

Chan-wook è tra i registi più apprezzati del cinema sud-coreano contemporaneo, lodato per la regia attenta sia all’azione (dai contenuti espliciti) che alla forte caratterizzazione dei personaggi, i tratti dei quali sono sempre distinguibili per la spiazzante umanità. Oldboy (tratto da un manga degli anni ‘90) è certo il suo capolavoro, film elogiato da critica e pubblico (oltre che da registi quali Tarantino), fortunato per la perfetta combinazione tra violenza e sentimento che è racchiusa in ogni fotogramma, con quella messa in scena poetica che è particolarità del cinema asiatico.

La tematica della vendetta, il cuore del film, interessa tanto il regista, che le ha dedicato una trilogia, della quale Oldboy è il secondo film. Dae-Su e Woo-jin sono due conti di Montecristo avversari, inseriti nell’atmosfera neo-noir della metropoli coreana, ma ciò che rende il film originale è il fatto che il carnefice, portando una giustificazione alla propria sete di sangue, ribalta l’intero inseguimento, scegliendo di rivelarsi al “mostro” da lui creato ed iniziare con lui un gioco, il cui premio è la rivelazione del misterioso movente. Un film così forte non può non essere valorizzato dalla bravura degli attori, capaci di mostrare il doppio che in fondo esiste potenzialmente in ognuno, quell’immagine deformata di noi stessi che può riflettere a volte la bestia, a volte l’uomo.

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