Julie’s Haircut – Ashram equinox

Ashram equinox: era inevitabile che una musica visionaria come quella dei Julie’s Haircut si congiungesse, prima o poi, con la magia dell’equinozio ed il mistero dei ritmi circadiani. Se l’esordio, Fever in the funk house (1999), richiamava da subito un’esuberanza adolescenziale da garage rock, già il secondo LP, Stars never looked so bright (2001), per non parlare dei successivi After dark, my sweet (2006) e Our secret ceremony (2009), sfoggiavano titoli tra il mistico e l’esoterico.

Il bello, però, è che la musica della formazione italiana non è mai stata facilmente incasellabile: noise, pop, soul, psichedelia e chi più ne ha ne metta. Soprattutto, questa varietà si è inserita in una parabola che, dalla relativa immediatezza dei primi lavori, ha via via declinato in direzione di una maggiore complessità. In questo senso, Ashram equinox segna un’ulteriore evoluzione nel percorso stilistico dei Julie’s Haircut. In primis per un’assenza evidente (che tuttavia non pesa): Ashram equinox è il primo disco interamente strumentale della formazione. Poi perché concepito come un flusso unico di tessiture rock, jazz, etno, con passaggi elettrico-acustici dal tratto cinematico e tocchi elettronici tra minimalismo e drone music. Il tutto senza perdere mai di vista una certa melodicità, e rinunciando alla sperimentazione più cervellotica.

Il mood è ovviamente tra il meditativo e lo psicomagico: il concept del disco è una fusione tra dentro e fuori, tra Io e Mondo, per cui durante l’ascolto occorre abbandonarsi progressivamente, raggiungere un luogo protetto (l’“ashram” in sanscrito allude esattamente a quello). Già Ashram, posta in apertura, inscena un rituale in cui il groove di basso e percussioni conduce ad un’ascesa finale. Tarazed, contesa tra minimalismi elettronici, vocalizzi misteriosi e suggestivi passaggi elettrici, sfocia nelle atmosfere esotiche di Johin, a dimostrazione di come per spostarsi lungo i paralleli e i meridiani non serva necessariamente un aereo. Dopo la groovy Taarna, il disco raggiunge l’apice dell’esoterismo e della rarefazione con la suggestiva Equinox: l’allusione è all’equinozio d’autunno, caduto il 22 settembre (giorno in cui è stato presentato l’album), ma l’ispirazione sembrano essere gli strumentali bowiani su “Heroes”.

I droni scurissimi di Sator fungono da tramite con Taotie, che, complice un impianto ritmico più marcato ed ossessivo, sembra avere più sostanza. E se Ashram, in apertura, era l’inizio dell’ascesa verso un luogo magico, Han ne è l’esplorazione colma di beatitudine (la nenia robotica immersa in una fluttuazione elettronica).

Ashram equinox è un disco che dilata gli spazi e il tempo, e si colloca in quella terra di mezzo tra istinto (la facilità d’ascolto) ed elaborazione (la ricerca sul suono e la struttura) in cui gli opposti si annullano e c’è solo pace e bellezza.

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