Pearl Jam – Lightning bolt

Mettiamola così: se questo disco è una saetta, come il titolo vorrebbe far credere, allora ZeusEddie Vedder ha un po’ le armi spuntate. Decimo album della carriera della più longeva (nonché tra le poche superstiti…) band grunge, Lightning bolt è in realtà tutto meno che un disco grunge. In questo senso, è la perfetta prosecuzione degli album che Vedder e soci hanno pubblicato nel nuovo millennio: un disco onesto, robusto, tra ballate e pezzi più tirati, più vicino al classic rock USA che non alla rabbia fulminante della scena di Seattle.

Niente di male, per carità, se non fosse che ogni volta si spacciano i passaggi più grintosi (in questo caso, Mind your manners) per un ritorno alle origini ormai impossibile. Lightning bolt è il disco di cinque padri di famiglia che con il rock’n’roll si divertono ancora e soprattutto ci campano, non lo sfogo ingenuo di un gruppo di ragazzotti della “generazione X”. La confezione è professionale, non solo nel packaging (davvero terribile la grafica) ma in senso lato: proprio Mind your manners è costruita con notevole abilità, un po’ citando la vecchia Spin the black circle, e un po’ ammiccando alla vecchia scuola hardcore degli anni ’80. Sul versante opposto, la grazia di Sirens cattura grazie al piglio epico e ad un arrangiamento che mescola con equilibrio suoni acustici ed elettrici.

Getaway qualche altro spiraglio interessante lo offre, ma nel complesso suona stranamente fragile e certo non fa gli sfracelli che minaccia. La verità è che a Lightning bolt tutto manca una cosa: freschezza. La galoppata rock’n’roll della title-track, il senso d’urgenza di Swallowed whole, la più pensosa Pendulum (assemblata intorno a loop ipnotici e a beat tribali), i tocchi country di Sleeping by myself (che sembra un parto solista di Vedder): tutto è costruito in maniera sapiente, a tratti pure accattivante, ma è difficile sentirci qualcosa che i cinque non abbiano già detto in passato, e meglio per giunta.

In questo replay complessivo di forme e cliché se la cava benino Let the records play, un blues rock che, con le sue cadenze grossolane e l’assolo hendrixiano esagitato, esemplifica quello che sono oggi i Pearl Jam: una band da combattimento per live e un piacevole intrattenimento salottiero. Gli anni ’90, Ten, Vs, Nothingman e compagnia bella, erano un’altra cosa.

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