A Julia Holter le cose semplici non piacciono. Per fortuna. A neanche ventinove anni, la songwriter e artista americana ha collezionato un disco immerso nel sangue del mito greco di Ippolito (Tragedy), un altro influenzato da un misterioso manoscritto medievale (Ekstasis) ed ora questo terzo lavoro, Loud city song, che rilegge Gigi, il romanzo di Colette (1942), cercando punti di contatto con il presente. Come per i predecessori, il risultato è incantevole.
Loud city song, dice il titolo, e la città in questione è Los Angeles, in cui Julia è nata e vive tutt’ora e che incarna, in senso lato, la modernità con la quale la Holter ha scelto di confrontarsi. In particolare, della vita nella metropoli californiana è l’ossessione per la celebrità ad aver stupito la Holter, e dunque l’aggancio con Gigi, che vive nella Parigi pettegola (oggi diremmo “gossippara”) della Belle Époque è più che naturale. Il punto di partenza delle nove tracce è dunque l’opera di Colette, ma ci sono anche altri filtri/ispirazioni: Joni Mitchell e la poesia di Frank O’Hara, che trasformano l’anacronismo di una Gigi che osserva la Los Angeles dei giorni nostri in un racconto personalissimo, tra visioni surreali e impasti di jazz, classica ed elettronica che non rinunciano, all’occorrenza, ad un piglio pop.
Rispetto ai precedenti lavori, la tessitura strumentale delle nuove tracce (a proposito, tutte scritte prima del debutto di Tragedy, nel 2011) è più ricca, corposa. In brani come Horns surrounding me si percepisce maggiormente il lavoro d’ensemble, con i fiati a creare intarsi minimali e le tastiere ad aggiungere pathos orchestrale in prossimità del refrain. Gli influssi jazz, in particolare, sembrano essere la novità dell’album: Maxim’s II ha un incedere tribale, oscuro, e sul finale degenera in un delirio “free”. In the green wild gioca su un riff di contrabbasso decisamente brillante. Mano a mano che procede, il brano acquista quella qualità impalpabile, estatica, che è inscritta nel dna delle composizioni della Holter e che World (voce, violoncello e qualche tocco di tastiera), Hello stranger (più acquosa, firmata da Barbara Lewis) e He’s running through my eyes (vagamente radioheaddiana?) sviluppano in forme essenziali e commoventi al tempo stesso.
This is a true heart è la sorpresa, il pezzo “pop” della Holter: apre su un nugolo di voci riverberate, e poi si scopre deliziosamente sbarazzina («Come, let’s not insist on “love” / We’re just alive»). Un sax che s’intreccia con il violino definisce l’atmosfera romantica del pezzo, supportato da un beat irresistibile che, sul finale, si scioglie in un deliquio sintetico. La chiusura, con City appearing, è un bagno sontuoso, un jazz illuminato dalla luce di una luna pallida, che ne smussa i contorni, li rende irreali. È il sigillo su Loud city song, un disco di grande fattura, che conferma l’eclettismo della Holter e tutta la qualità del suo songwriting.
