David Soren – Turbo

Ebbene sì: anche le lumache sognano. Turbo, ad esempio: la sua vita quotidiana di lumaca, alle prese con il lavoro nei campi di pomodoro e le piccole, grandi insidie (il tagliaerbe in giardino, un bimbo un po’ sadico), gli è sempre stata stretta. Turbo un idolo ce l’ha, ma sembra davvero irraggiungibile: Guy Gagnè, l’asso dell’automobilismo. La natura, con il piccolo protagonista del film DreamWorks, è stata particolarmente crudele: tuttavia, se il cinema insegna qualcosa è che la natura si può superare, magari con un piccolo aiuto del caso. Turbo, infatti, finisce risucchiato nel motore di una macchina: il contatto con la Nitro, proprio nel momento in cui sta per innestare la propulsione, lo trasforma definitivamente, trasformandolo nell’unico esemplare di lumaca superveloce.

L’animazione, nel corso degli ultimi anni, ha dimostrato sempre più di saper guardare anche al mondo degli adulti, con opere fatte per essere lette ad un duplice livello: quello più immediato, legato all’intrattenimento, e quello più metaforico e metatestuale. Nel casto di Turbo, però, la prima dimensione è quella marcatamente preponderante. Di per sé, la cosa non sarebbe un peccato, se non fosse che il film di David Soren (animatore e sceneggiatore DreamWorks, già nel cast di Shark tale, Madagascar 2 e Shrek) spreca le buone intuizioni della prima parte, più orientata a definire il microcosmo di Turbo, per tuffarsi precipitosamente nel momento-clou, la 500 miglia di Indianapolis, alla quale il protagonista partecipa.

La sceneggiatura, insomma, zoppica un po’, più per mancanza di inventiva, per il suo procedere per luoghi comuni, che per incongruenze varie. Turbo è un film pigro: cerca di strappare l’applauso con poco, e con un pubblico di bocca buona potrebbe pure riuscirci. In quest’ottica, i tentativi della prima metà della pellicola di delineare la psicologia dei personaggi, di attribuirgli uno spessore, o altri elementi come il parallelismo tra Turbo e il fratello Chet, e i due fratelli umani, Tito e Angelo, suonano più come un atto dovuto, necessario in una fase in cui ai cartoni si chiede qualcosa di più, che il prodotto di un’ispirazione sincera.

Insomma Turbo sbanda più volte nella direzione del déjà vu: nello schema, ricalca Ratatouille (2007), la storia del topo che volle diventare chef, ingaggiando una battaglia con la sua stessa natura. Tuttavia, a differenza del film di Bird, che procedeva con gradualità e con gusto verso il climax e la risoluzione, Turbo è frettoloso: vuole andare al sodo, ma finisce fuoristrada. A tradire il suo pilota, Soren, la distanza tra il 3D delle immagini e la piattezza della storia.

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