His Electro Blue Voice – Ruthless sperm

Rischiano sempre più di passare per quelli che ce l’hanno fatta, gli His Electro Blue Voice. Nell’ultimo decennio non sono state molte le produzioni italiane a superare i confini nazionali, il che, unito all’atavico provincialismo nostrano, fa sì che il trio comasco, ora che il suo debutto esce per Sub Pop, sia praticamente sulla bocca di tutti. Non c’è solo questo, però: Francesco Mariani, Andrea Napoli e Claudia Manili meritano l’attenzione e i riflettori, perché sono bravi. Magari le idee non sono di primissima mano, dal momento che rimestano nel calderone del post-punk, del post-hardcore, persino del krautrock, ma il mix, l’elaborazione e la forza dell’esecuzione cancellano perplessità e sentori banalmente nostalgici.

Ruthless sperm, ovvero “sperma spietato”, e la compassione non è esattamente la prerogativa del sound degli His Electro Blue Voice: le sette tracce pompano beat meccanici sino alla spossatezza, le chitarre non disegnano riff ma spandono una nube elettrica intorno alle pulsazioni del basso. La voce è un urlo teso, spasmodico, si cimenta senza sosta in un’arrampicata mortale (Death climb) senza approdare ad una reale catarsi. Tumor, sin dal titolo, è un bel compendio della portata “fisica” di questa musica: cellule impazzite che volteggiano, tenute insieme da una foga industriale “meccanica”, disumana.

Cervelli, umori corporei e macchie, cavità e «corpi contorti»; sullo sfondo, il gelo emotivo, una tavolozza esistenziale tendente al gotico, tra nichilismo («I’m nothing to do, cause I’m nothing to love») e assenza di futuro. Ruthless sperm è un organismo malato che, con il conto alla rovescia che si approssima allo zero, urla tutta la sua impotenza. Spit dirt, costellata di tastiere gelide e versi tra il nonsense e l’onomatopeico, dopo tre dei suoi otto minuti sembra placarsi: riparte poi alla carica, ronzante e sinuosa, prigioniera della sua follia. Stesse traiettorie per Born tired, che progressivamente si disossa, fino ad un drumming a passo di cha cha cha arrotondato dal basso e innervato da una chitarra solista dai sapori psichedelici. In entrambi i casi, c’è puzza di Joy Division, ma senza plagi o scorciatoie. Persino il tocco più onirico di Red earth, che scivola lentamente e si perde (programmaticamente) in un’oscurità da incubo, suona incredibilmente nuovo nelle mani del terzetto.

Il che dà bene la misura di quanto gli His Electro Blue Voice siano padroni dei loro mezzi espressivi. Non farsi fagocitare dagli spettri (è il caso di dirlo) della tradizione gotica musicale, con i suoi padri intoccabili (Ian Curtis, Peter Murphy), mica è facile. Mariani, Napoli e Manili hanno superato la prova, e alla grande, con un’onestà ed una lucidità invidiabili. Roba da esportazione, insomma.

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