Sam Peckinpah – La ballata di Cable Hogue

Il mito del self-made man è fondante della cultura americana. Si lega indissolubilmente a quella “felicità” che la costituzione USA sancisce come diritto di ciascuno. Questo, però, non impedisce a Sam Peckinpah, cineasta “contro” ed esponente di spicco della New Hollywood, di farsene beffe, sfruttando l’ambientazione a lui più congeniale: il western. Dopo il successo de Il mucchio selvaggio (1969), con La ballata di Cable Hogue (1970) Peckinpah firma una brillante e malinconica riflessione sui capisaldi della cultura americana, non da ultimo proprio su quel genere che permea indissolubilmente l’immaginario filmico a stelle e strisce.

Cable Hogue è un cercatore d’oro. Viene tradito dai suoi compari e abbandonato nel deserto: passerebbe a miglior vita se non trovasse una sorgente d’acqua. In quel punto, Hogue mette su in breve tempo una stazione di sosta per le diligenze. Conosce anche una prostituta, Hildy, con la quale intreccia una tenera relazione. Nel frattempo, però, Cable medita la vendetta contro i due compagni che, tre anni fa, lo tradirono. Peckinpah, insomma, approfitta degli stereotipi western per mostrare la realtà dietro il mito: Hogue è un self-made man, ma è anche un uomo rozzo, volgare, violento, sebbene capace d’amore e misericordia (risparmia uno dei due traditori). Magistralmente interpretato da Jason Robards, Cable è l’emblema di una civiltà al tramonto, quella ottocentesca, destinata (letteralmente…) a finire schiacciata sotto le ruote del nuovo secolo che s’appressa, in cui la finanza, le banche, il commercio contano più delle pepite d’oro e delle pistole.

La ballata di Cable Hogue, a discapito anche del titolo (che allude alle “ballad” folk della tradizione), non ha un tono elegiaco. L’ironia spazza via ogni banale retorica nostalgica o crepuscolare: ne è un perfetto esempio il sermone finale, tenuto per la morte di Hogue dall’amico Joshua (un predicatore più attento alle sottane che alle anime delle sue parrocchiane), splendidamente irriverente eppure commosso. Per bocca dei suoi personaggi (in primis di Hogue, che ne è l’alter ego), Peckinpah demistifica l’epopea western e mette alla berlina l’ipocrisia, il fanatismo religioso, il perbenismo della società USA. Guarda con occhio scettico anche al futuro, suggerendo che la mossa di Cable di abbandonare la sua attività per seguire Hildy nasca da una sfiducia nei confronti del mondo a venire, in cui in una stazione come la sua si venderà benzina per la Macchina. Quella stessa che, nel deserto che per Hogue è tutto il mondo, si materializzerà portando Hildy e che ne decreterà la tragica quanto simbolica fine.

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