Non ci pensano a tirare i remi in barca, gli Alice in Chains. La tossicodipendenza del frontman Layne Staley (scomparso nel 2002) li ha tenuti lontani dalle scene per un quindicennio, poi il momento di rielaborare il lutto è arrivato: nel 2009 ha visto la luce Black gives way to blue, con lo sconosciuto (e un po’ anonimo) William DuVall alla voce. Malgrado qualche perplessità, la rentrée tutto sommato è piaciuta, e allora ecco un seguito, The devil put dinosaurs here, che rispetto al predecessore sembra avere più confidenza e maggior agio con la ritrovata scrittura grunge.
Un po’ come andare in bicicletta, insomma: quando riprendi dopo tanto tempo un po’ sei arrugginito, ma poi la pedalata si scioglie. Ecco, The devil put dinosaurs here non ha lo scatto del campione (quello che faceva volare Dirt o Jar of flies), ma sfodera comunque un solido mestiere, che scaccia l’insinuazione che si tratti di un’operazione meramente commerciale. Da qui a spellarsi le mani, dunque, ce ne passa: The devil put the dinosaurs here è penalizzato da una scarsa varietà che l’eccessiva lunghezza (un’ora) inevitabilmente esaspera, ma ad Hollow (il primo singolo estratto), una chance gliela si può dare tranquillamente. Il cipiglio è quello scurissimo dei bei tempi, il tono tra il solenne e il visionario, grazie al consueto mix di chitarroni pesanti (matrice sludge) e vocals “doppiate”. Stone è esattamente come il titolo dice: rocciosa, e non è un caso che immagini di pietre, montagne e quant’altro ricorrano nell’album, a voler affermare una solidità in lotta con le ferite di ieri e le paure di oggi, personali e sociali (il fantatismo religioso della title-track). Esemplare, da questo punto di vista, Phantom limb, la traccia più lunga della raccolta, sette minuti a base di riffoni ipnotici e sabbathiani e vocals dilatate, con un incipit a presa rapida: «No hope of rescue / I’m trapped here alone / If I don’t dig my own way out, I’ll die here».
Un pizzico di varietà è assicurato dalle sfumature country-rock di Voices e dal passo acustico di Scalpel, ma si tratta di episodi marginali: manca una Black gives way to blue, e sono i passaggi elettrici ad intrigare maggiormente. DuVall canta sempre in modo insipido, ma Jerry Cantrell è in buona forma: basta ascoltare il lavoro della chitarra nella title-track e in Hung on a hook per rendersi conto di come, da solo, regga praticamente tutta la baracca. Ovvio dunque che non sempre la scrittura sia lucidissima (vedi Low ceiling) e che un po’ di monotonia faccia capolino: a Cantell un contraltare creativo, qualcuno capace di tenergli testa (il Rick Rubin della situazione, diciamo), potrebbe sicuramente giovargli. Nel frattempo, però, ci si può accontentare, a patto che lo sprint del campione arrivi presto.
