Daughn Gibson – Me moan

Daughn Gibson ha un nome difficile da scrivere ed una voce, se possibile, ancora meno facile da digerire. Il suo è un baritono scurissimo, roba da far impallidire pure Scott Walker o Stephin Merritt, al punto tale che a tratti potrebbe sembrare persino autoparodistico. “Potrebbe” – condizionale – se le sue canzoni non fossero straordinarie, asciutte e precise come la lama di un coltello. Me moan, malgrado il titolo, è tutto meno che un lamento autoindulgente: quelli del songwriter di Carlisle, Pennsylvania, sono quadretti ermetici che la musica, un mix di pop elettronico, country, folk e blues, “riempie” con suggestioni dal notevole impatto. Un paradosso, se si considera quanto il tessuto strumentale, malgrado la ricchezza degli arrangiamenti, suoni essenziale.

Quella di Gibson è dunque un’arte subdola, che parte dai materiali della tradizione americana per trascendere lo storytelling convenzionale e abbracciare una modernità sintetica, all’occorrenza perfetta anche per le piste da ballo (Phantom rider). Il tutto, ovviamente, senza perdere di vista la melodia – neppure quando la bizzarria porta a far intonare il riff principale alle cornamuse (Mad ocean). The pisgee nest e You don’t fade si snodano sinuose, noir, con la seconda, in particolare, che sfrutta egregiamente quella che sembrerebbe una slide manipolata, in linea con l’atmosfera notturna e inquieta del pezzo. Più vitale è Kissin on the blacktop, a dimostrazione di come l’ex batterista dei Pearls and Brass sia in grado di variare anche gli umori della sua scrittura senza per questo risultare incoerente.

La narrazione di Me moan si snoda lungo il filo dei ricordi, memorie fallaci che non offrono appigli geografici o temporali: assassini, figlie di agenti di polizia, ragazze “con coltelli nella camicetta”, autisti fantasma e genitori disperati sono i protagonisti, figure dai lineamenti sfumati ma composte. Come la musica: Franco, ad esempio, è la storia di un padre che ha perduto il figlio, ma si muove su un registro che al melodramma preferisce un tono più dimesso, con un tappeto di beat assai deferente, disposto a silenziarsi all’occorrenza, ed una chitarra placida, evocativa. Ed è impressionante come Gibson riesca a tenere sempre ben equilibrati gli ingredienti del mix: la slide di All my days off potrebbe facilmente degenerare in un orpello zuccheroso, così come il pianoforte e la sei corde acustica di Into the sea. E invece no: Daughn rimane sempre un passo indietro la leziosità, in quella terra tra la poesia e l’essenzialità che in pochi sanno scoprire e che Me moan elegge, con nonchalance, a suo regno incontrastato.

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