The Moondoggies – Adiós I’m a ghost

«Siamo transizione», dice Kevin Murphy, «viviamo e moriamo milioni di volte». Per questo il nuovo disco dei suoi Moondoggies si intitola, tra il serio e il faceto, Adiós I’m a ghost. L’intenzione alla base è quella di annunciare il distacco da forme precostituite, testimoniare il gusto per un’identità multiforme, liquida. La musica segue l’intenzione solo a tratti, però. Il sound è quello tipico americano, stile Neil Young & Crazy Horse, un country-rock che nei momenti migliori si colora di trovate che ne spezzano la prevedibilità strutturale (“progressive” è la parola giusta?), ma che al fondo si mantiene sempre troppo riconoscibile.

Insomma, Adiós I’m a ghost magari è più energico (e interessante) dei predecessori, Don’t be a stranger (2008) e Tidelands (2010), ma mantiene la sensazione che Murphy e i suoi siano un’incompiuta. A lot to give, per esempio, è intrigante: l’idea è quella di giocare con l’epica western, diluendola progressivamente fino a disarticolarla (il finale), ma la tessitura di drumming marziali, organi e twang chitarristici ha un’impronta in fondo convenzionale. Del resto, anche la paternità di Don’t ask why è indiscutibile: è un rock che sa di canyon, di spazi sterminati (à la Woodstock, magari), qua e là sporcato forse da qualche filtro stile “British invasion” che Red eye e One more chance rendono un pelo più esplicito.

Quella dei Moondoggies è musica che coniuga grinta e malinconia, gusto per le ruvidezze elettriche (Back to the beginning) e per passaggi più pensosi (Annie turn out the lights, indubbiamente suggestiva). Ma tra il coraggio e l’insipidezza, è la seconda quella più vicina a vincere (Stop signs). La competenza tecnica (merito anche dell’ingresso in formazione del polistrumentista Jon Pontrello) e le palesi buone intenzioni consentono a Murphy di azzeccare il tono, che evita la nostalgia forzata da anacronistico e improbabile reduce tipica di certo rock americano in circolazione. Tuttavia, permane il problema di fondo: l’incapacità dei Moondoggies di affrancarsi realmente dagli stereotipi.

Adiós I’m a ghost è dunque una collezione di occasioni mancate, più vicina alla perizia dell’artigiano (di classe) che alla forza di chi sovverte le regole. Hai voglia, insomma, a fare dichiarazioni programmatiche e scegliere titoli bizzarri. Per scompaginare le carte serve coraggio, quello che ad Adiós I’m a ghost evidentemente manca.

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