Laura Veirs – Warp and weft

Era incinta del suo secondo figlio, Laura Veirs, quando ha iniziato a lavorare in studio sulle canzoni di Warp and weft, ed una delle chiavi di lettura del disco, tra le cose migliori della songwriter americana, sta qui. Il suo piglio dolente sembra nascere infatti dall’esplorazione di uno spettro emotivo estremo, che ha per coordinate amore, sofferenza, violenza, morte e bellezza. Le dodici tracce di Warp and weft si ricollegano a quelle di July flame (2010), intrecciano un ordito (vedi titolo) elettro-acustico che ha la statura del classico.

Ancora una volta, insomma, la Veirs trova la mediazione tra attitudine folk tradizionale e piglio indie. Merito anche della produzione accorta di Tucker Martine, che anche nei momenti più placidi evita di cadere nello stucchevole, e dei featuring puntuali di Jim James, KD Lang, Neko Case, Brian Blade e di alcuni componenti dei Decemberists. Warp and weft di protagonisti ne ha tanti, in effetti: tra questi, Alice Coltrane, musicista e moglie del grande John, e Howard Finster, leggendario folksinger. Alla prima è dedicata la grintosa (e remmiana) That Alice, al secondo la più eterea Finister saw the angels, con un rintocco di chitarra condito da harmonium e da qualche accenno di slide. Sullo sfondo, un inverno ormai al tramonto, con il sole all’orizzonte metafora di una nuova condizione (quella materna) che sta per sbocciare: Sun song si muove suadente, complice Neko Case e gli archi che interagiscono bene con un mix ben bilanciato di folk ed elettricità.

La natura composita di Warp and weft (“un arazzo in cui elementi disparati si fondono e diventano più forti e adorabili insieme”, è la definizione della Veirs) emerge dunque anche sotto il profilo musicale, all’insegna di un eclettismo che non diventa mai confusione o dispersione di idee. In questo sta la forza del songwriting della Veirs, nella sua capacità di far coesistere sotto lo stesso tetto il carillon ipnotico di Ikaria (dal nome di un’isola greca), il jazz metafisico di White cherry (percorso da un’arpa scintillante) e le atmosfere orientali di Sadako folding cranes. Quest’ultima aggiunge al pantheon del disco un’altra figura, quella di Sadako Sasaki, una bambina giapponese morta a seguito delle radiazioni di Hiroshima, che trascorse i suoi ultimi giorni a realizzare decine di origami di gru, spinta da un’antica leggenda secondo cui, in questo modo, sarebbe guarita.

Ecco, in Warp and weft il bello e il terribile si mescolano senza soluzione di continuità, come la paura, il desiderio e la speranza. Il risultato è un album meraviglioso, perfettamente costruito, ricco di calore. In una parola: vivo.

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