Natasha Kmeto – Crisis

La decostruzione dell’r’n’b di Natasha Kmeto, al suo debutto con questo Crisis, ha dalla sua parecchi motivi di interesse. In primis la natura stessa del disco, nato come racconto autobiografico di un anno di difficoltà personali, rotture, nuove relazioni – di vita, insomma, che la musicista e produttrice americana affronta con testi (e titoli, vedi Morning sex e Vodka diet) piuttosto espliciti. Non solo, però: Crisis ha dalla sua un bel mix di opposti, si muove in bilico tra sensualità ed oscurità, tra struttura e rarefazione, tra vocalità soul “nuda” e attitudine al dancefloor, e riesce a non sbrodolarsi con l’autoindulgenza (al contrario del James Blake di Overgrown).

Le dieci tracce, scritte, prodotte e missate dalla Kmeto a Portland, Oregon, si snodano attraverso stratificazioni sonore, rarefazioni e loop che inglobano gli stereotipi dell’r’n’b in chiave post-dubstep e con contaminazioni dance. Manca un singolo trascinante, il pezzo che incida a chiare lettere il programma estetico del disco in un’intelaiatura ruffiana, ma è una mancanza di cui Crisis soffre in fondo poco. Idiot proof è un viaggio affascinante in una terra pulsante e vibrante, con synth sporchi, battiti metronomici, vocalizzi sensuali: l’atmosfera acquosa di certi passaggi non toglie nulla alla precisione degli incastri e delle finiture. La Kmeto, insomma, sa cosa sta facendo, e in Take out può anche permettersi di complicare un po’ le trame, partendo con un soul quasi a cappella per poi virare in direzione dance, grazie al beat in 4/4, ad una frenetica linea minimalista di synth e a fuochi d’artificio al laser.

La scrittura della Kmeto è oscura, inquieta (la fluttuante e sospirosa title-track): in Brushstrokes sembra scoprire persino sovratoni ancestrali, mentre in Last time trova connessioni tra la house e il trip-hop. La classe non le manca, che si tratti di strumentali nervosi e dinamici (Buried), ballate soul (Prideless) e passaggi più visionari (Deeply). La Kmeto, insomma, mostra una buona padronanza della tavolozza espressiva: non si perde in sterili citazionismi, cerca punti di contatto tra stili diversi ma senza forzature. La sua è una ricerca sul suono e sul clichè fluida: le manca giusto un pizzico di spirito avventuroso in più per diventare effettivamente memorabile, ma come primo atto, può bastare.

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