Scott Matthew, ovvero quando la cover diventa un fatto personale. Nel senso che Unlearned, pur spaziando dai Bee Gees ai Radiohead, ha uno stampo, un’identità ben precisa. Che è quella di un barbuto songwriter di Queensland, Australia, con la passione per Nick Drake, Neil Young, Leonard Cohen e il cantautorato acustico dei 70s. Dunque luci soffuse, trame chitarristiche leggere, qualche tocco di piano ed ecco servita una Darklands che dello shoegaze originario dei Jesus and Mary Chain ha poco o niente (semmai del pathos springsteeniano, ma questa è un’altra storia).
Matthew è bravo perché riesce a stendere un ponte tra Morrissey (la fantastica There’s a place in hell for me and my friends) e Charlie Chaplin (Smile, resa celebre da Nat King Cole) senza per questo annullare le differenze, anzi valorizzando certe sfumature a scapito di altre, quelle che gli sono più congeniali. In questo sta la cifra del suo essere “autore” anche quando reinterpreta brani altrui. E il fatto che siano tutti pezzi da ’90 non sembra spaventarlo: di No surprises rifatte in modi più o meno strampalati è pieno YouTube, ma niente che preservi la dolente e sommessa disperazione del pezzo di Thom Yorke come fa la versione di Matthew, che la canta con un misto bowiano di solennità e aristocrazia, su un dialogo di piano e chitarra appena accennato. E poi c’è lei, la prova più difficile: Love will tear us apart, che è praticamente impossibile intonare senza scimmiottare Ian Curtis. Ecco, Matthew il pezzo dei Joy Division lo fa suo: ci costruisce un arrangiamento pianistico essenziale ed avvolgente, e la voce, intensa, carica di preghiere e sottintesi, fa il resto.
E poi c’è il Neil Young di Harvest moon, ma anche la Withney Houston di I wanna dance with somebody (sorprendente) e i Bee Gees di To love somebody: fanno tutti un figurone, nessuno dei tre suona svenevole o fuori posto. Neppure (quasi) Annie’s song di John Denver, che rimane un po’ retorica, ma va bene, è un peccato veniale. Al di là del titolo, insomma, Unlearned la lezione l’ha imparata molto bene: mai snaturarsi, neppure di fronte ai mostri sacri. Il disco di Matthew riesce a fare quello che qualsiasi album di cover dovrebbe: far riascoltare l’originale con orecchie diverse, nuove, fartelo riscoprire. Mica poco, per un barbuto songwriter di Queensland, Australia.
