Jimi Hendrix e James Chance: mondi apparentemente lontanissimi, in realtà ad un tiro di schioppo l’uno dall’altro, come sempre accade alle cose belle. Un anello di congiunzione, per esempio, è il sassofonista britannico Pete Wareham. Fu lui, nel 2001, a fondare gli Acoustic Ladyland, band nata con l’intenzione di rileggere il repertorio del chitarrista americano in chiave avant-jazz. Ora, invece, è la volta di un nuovo progetto, i Melt Yourself Down, che devono il proprio nome ad un disco del 1986 di Chance con i Contorsions. Tra le due esperienze, però, è facile trovare una connessione oltre il mero dato biografico: ed è proprio la musica intesa come voglia di abbattere generi e confini.
In questo loro omonimo debutto, infatti, i Melt Yourself Down puntano a fondere i linguaggi dell’Afrobeat, del punk-jazz, del rock psichedelico, dell’avanguardia, in un unicum dall’impatto fisico e cerebrale al tempo stesso. Non è musica facile, quella che Wareham suona con Kushal Gaya, Shabaka Hutchings, Tom Skinner, Ruth Goller e Satin Singh, ma non occorre essere professori universitari per apprezzarla. Il riff di sax di Fix my life che si avvita su un pattern tribale ti conquista anche senza dover prendere in mano l’enciclopedia del rock. Il bello dei Melt Yourself Down è proprio questo: suonano per divertirsi, e nel frattempo smantellano i confini del tuo universo, immergendoti in un mondo in cui il Carnevale di Rio e un rito voodoo sono la stessa cosa (Release!). I sax la fanno da padrone, si muovono sciolti e all’unisono, strillano, suonano e dissonano; i bassi e le percussioni stanno tra la Motown e il Kilimanjaro, ed entrambi incrociano la New York del 1978 (le vocals strillate di We are enough).
Non è un caso, è un programma preciso, e però la vitalità contagiosa del sound ammanta tutto di un’aura di spontaneità. Come in Kingdom of kush, una danza sfrenata che si concede una requia solo per una Free walk, una passeggiata libera e spensierata, che sfodera persino una ruffianaggine “pop”. Una spruzzatina di elettronica (le sincopi da dancefloor di Mouth to mouth) aggiunge il tocco finale: il piatto, ricco e speziato, ha tutti i sapori che servono, nessuno in più o in meno. È ben equilibrato, raffinato, ma va mangiato con le mani: con musica come quella dei Melt Yourself Down, bisogna sporcarsi, bisogna sciogliercisi dentro. Altrimenti si rischia di confinarla in recinto intellettualista da cui non ne uscirebbe viva.
